Morto in ospedale il boss Domenico Papalia, era in carcere da 49 anni
Il capo della 'ndrangheta nel Nord Italia era l'ergastolano più longevo d'Italia, ed era diventato un mito per le nuove leve della criminalità
È morto all’una e 36 minuti, in un letto dell’ospedale San Paolo di Milano, Domenico Papalia, e, prima del sorgere del sole, a Platì, alle pendici dell’Aspromonte, dove il boss era nato 81 anni fa, e dove sarà seppellito, la notizia era già arrivata, prima ancora che a Milano. Domenico Papalia, il «mammasantissima» della ‘ndrangheta (la dote più alta dell’organizzazione, a parte il capo assoluto, “infinito”), l’ergastolano più longevo d’Italia, è morto per un tumore alla prostata, dopo aver passato 49 anni ininterrottamente in carcere, e l’ultimo mese a casa del nipote a Corsico. Arrivò a Buccinasco nel 1974, senza sapere né leggere né scrivere, con gli altri due fratelli minori, Antonio (condannato all’ergastolo ostativo) e Rocco (scarcerato nel 2017, vive a Buccinasco).
Il trio Papalia era dietro i rapimenti, le estorsioni e il traffico di droga. Con loro la ‘ndrangheta si fece conoscere anche al Nord (anche se in molti si ostinarono a non vederla) e, dal loro feudo di Buccinasco-Corsico, i Papalia partirono alla conquista della Lombardia. Micu, com’era soprannominato, era «il referente del clan Barbaro nella zona sudovest di Milano». La nobiltà di mafia la ereditarono dal cognome materno (Serafina Barbaro, figlia di Francesco Barbaro, patriarca del clan). In carcere dal 1977, quando venne arrestato per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, Micu venne assolto nel 2017 con la revisione del processo. Nel frattempo arrivò l’ergastolo come mandante dell’omicidio dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, a Carpiano, in provincia di Milano nel 1990. Omicidio che ruota attorno ai rapporti tra servizi deviati e criminalità organizzata. Secondo Stefano Mormile, che vorrebbe che si indagasse ancora sull’omicidio del fratello, Umberto era stato testimone del fatto che i servizi segreti entravano in carcere e che avevano come informatori i detenuti al 41bis, a cominciare dallo stesso Papalia: perciò era stato eliminato. Micu non ammise mai di essere il mandante dell’omicidio né di essere un informatore e nemmeno testimoniò su altre vicende su cui avrebbe potuto sicuramente dire la sua, come la stagione della ‘ndrangheta stragista (il patto con Cosa Nostra per colpire lo Stato negli anni ‘90 con atti di terrorismo per farlo venire a patti). Uno dei suoi ex collaboratori lo descrisse come «il cervello della ‘ndrangheta. L’uomo di punta, di maggior prestigio», che manteneva l’ordine e esercitava la sua influenza dal carcere. «Non è possibile oggi escludere collegamenti con la criminalità organizzata. Non vi sarebbero in definitiva segni di rilievo di revisione critica rispetto ai gravi fatti commessi» scrive ancora il 17 luglio scorso il magistrato di sorveglianza, nell’accordargli il permesso di uscire dal carcere per i suoi ultimi giorni. E si evidenzia ancora nella relazione del magistrato «la sua capacità di mediare e calmare gli animi allorquando si siano presentate situazioni anche solo un po’ conflittuali».
Il carcere quindi non lo ha mai cambiato, e non ne ha intaccato il ruolo: era sempre rispettato e consultato. Questo è anche il motivo per cui era diventato un mito di riferimento per le nuove leve della ‘ndrangheta. «I rampolli di queste famiglie si scambiavano le sue foto e di altri detenuti come lui che erano osannati. Ma alla fine ha fatto quasi 50 anni di carcere, non un granché come modello per i giovani - dice don Massimo Mapelli della Libera masseria di Cisliano -. Il nome Papalia ha rappresentato decenni di presenza criminale nel territorio di Buccinasco e Corsico, anni pesanti che hanno segnato sangue rapimenti e traffico di droga, cosa che non è finita. Tutto questo non si cancella, così come non si cancellano la vicenda di Umberto Mormile e la sofferenza della sua famiglia», conclude il sacerdote.
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