«Mafie in trasformazione, il contrasto sia più forte»

Oltre 50mila persone, a Torino, per la Giornata delle vittime innocenti della criminalità organizzata. Don Ciotti: «La memoria non può andare in prescrizione. Noi non ci arrendiamo»
March 21, 2026
«Mafie in trasformazione, il contrasto sia più forte»
La marcia nazionale promossa da Libera con lo slogan “Fame di verità e giustizia” /Ansa
Gli alfieri dell’Italia che non ha paura e che non s’arrende iniziano a camminare di buon mattino sotto un cielo plumbeo: ragazze, ragazzi, giovani famiglie con i passeggini, anziani, gruppi aziendali e parrocchiali, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni e, naturalmente, i volontari di Libera e centinaia di scout ad aprire il corteo. Alla fine, saranno oltre 50mila a stringersi ai circa 600 familiari delle vittime delle mafie che, con le immagini dei loro cari, camminano stretti l’uno all’altro.
A Torino si celebra la XXX edizione della “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, promossa da Libera e, dal 2017, diventata Giornata nazionale. Un giorno importante, che inizia scandito da una frase: “Verità è giustizia”. Perché questo dice il lungo corteo che parte da piazza Solferino, una delle più importanti della città, per arrivare a piazza Vittorio Veneto, una delle più grandi d’Europa. E questo ribadisce don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e prima ancora del Gruppo Abele, che si mischia con la gente fin da subito, saluta, abbraccia, parla con tutti, il volto scavato, la voce che anticipa quanto poi griderà forte dal palco: «Non dobbiamo essere cittadini a intermittenza». Il corteo inizia a muoversi puntuale e dopo qualche centinaio di metri si ferma e fa silenzio in ascolto dei nomi delle vittime scanditi ogni volta da una voce diversa. Così, lungo tutto il percorso: come una Via Crucis della memoria. Una memoria che fa male ma, come lo stesso don Ciotti sottolinea, «che cammina e che, certo, costa fatica ma che è viva, ed è la speranza che non si arrende e chiede di dare corpo alla giustizia negata». Perché oltre l’80% delle vittime delle mafie non ha ancora verità e giustizia. «Eppure – ricorderà poi don Luigi dal palco – le verità spesso passeggiano indisturbate per le vie delle nostre città». Per questo don Ciotti chiede di essere «cittadini non a intermittenza secondo i momenti delle emozioni, ma cittadini più responsabili». Perché l’omertà uccide e il girarsi dall’altra parte pure. E non basta «avere le mani pulite ma tenerle in tasca: se si fa così, si è complici». Complici omertosi di chi ha assassinato 1.117 donne e uomini i cui nomi vengono ancora scanditi uno per uno dal palco alla fine della marcia. «Nomi che non sono numeri – dice Ciotti – ma storie di persone». Di fronte alle quali politica e istituzioni non fanno mancare la loro presenza. La presidente del consiglio, Giorgia Meloni, in un messaggio sui social scrive che a loro va «il nostro ringraziamento» per aver «sacrificato la propria vita per proteggere quella altrui: donne e uomini, servitori dello Stato, imprenditori e cittadini che non hanno mai piegato la testa di fronte ai ricatti del crimine organizzato. A noi il compito di non dimenticare». Presenti, oltre al sindaco di Torino Stefano Lo Russo e al presidente della Regione Alberto Cirio, anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, e numerosi sindaci. Proprio alla politica e alle istituzioni don Ciotti chiede di fare la loro parte ma aggiunge: «Anche noi come cittadini, associazioni, movimenti dobbiamo assumerci la nostra parte di responsabilità. Una delle malattie più terribili è la delega». Tutto senza abbandonarsi alla disperazione, ma nutrendo la speranza.
C’è ancora una lunga strada da compiere. Ci sono, ricorda ancora don Ciotti, i diritti delle donne da difendere, gli effetti devastanti delle guerre, le nuove tecnologie da porre al servizio delle persone e non viceversa. «Le mafie – ammonisce – prosperano dove c’è il caos, dove ci sono silenzio, indifferenza, inerzia, dove ci sono le guerre. Le mafie sono in trasformazione, crescono dove c’è corruzione, dove non c’è rispetto per l’umanità e l’ambiente, e dobbiamo esserci ancora di più noi. Le mafie vincono quando si è da soli, quando il noi si dissolve in una polvere di individui spaventati». E non solo. «Viviamo – dice ancora dal palco questo prete coraggioso – in un’epoca di passioni tristi di chi si sente impotente». Eppure il messaggio che arriva è diverso. «Dobbiamo – dice – avere il coraggio di fermarci e ascoltare, comprendere la paura e trasformarla in risposte per non permettere che la speranza naufraghi. La memoria non può andare in prescrizione. Siamo chiamati anche noi ad essere pescatori d’uomini e di coscienze. Il nostro è un sovversivismo pacifico. Vogliamo la verità anche quando è scomoda. Vogliamo praticare la giustizia vera. Vogliamo essere malati di pace. Perché la speranza non deve essere un lusso ma un dovere di tutti. Vogliamo esercitare la tenerezza rivoluzionaria di chi si prende cura dell’altro». E la piazza si scioglie in un lungo applauso mentre le nuvole lasciamo spazio al sole.

© RIPRODUZIONE RISERVATA