L'economista Bordignon: «Ecco perché il governo ha commesso un doppio errore sui conti»

L'ordinario di Economia alla Cattolica di Milano: sbagliato sia puntare subito sul 3% sia invocare frettolosamente lo stop al Patto di stabilità. Le spese per energia e difesa non sono collegate, la scelta è politica
April 25, 2026
L'economista Bordignon: «Ecco perché il governo ha commesso un doppio errore sui conti»
L'economista dell'Università Cattolica di Milano, Massimo Bordignon
L’errore del Governo è stato doppio. Il primo, puntare sull’obiettivo politico di scendere già nel 2026 sotto il 3%, per «dimostrare ai mercati affidabilità». Il secondo, invocare «frettolosamente» la sospensione del Patto di stabilità per affrontare le ripercussioni della guerra mediorientale, «dando un segnale di debolezza». Per Massimo Bordignon, ordinario di Economia alla Cattolica di Milano e vicepresidente dell’Osservatorio conti pubblici dell’ateneo, questa duplice impasse ha creato una «confusione» che rischia ora di trasferirsi sulla solidità dei conti pubblici.
Mettiamo ordine, professore...
Il Governo per motivi politici si era dato un obiettivo: scendere sotto il 3% nel 2025, uscire così dalla procedura e solo allora invocare la clausola di sospensione del Patto di stabilità per aumentare le spese in difesa: lo 0,2% nel 2026 e nel 2027 e lo 0,3% nel 2028. Quel punto decimale in più sul deficit ha messo in discussione questo modello.
C’è bisogno di un piano nuovo, ora.
Quello sul deficit era un obiettivo autoimposto dal Governo ma in sé non è un problema molto grave. Non sarebbe cambiato nulla anche raggiungendo il 3%. Ricordiamoci che l’impegno che conta davvero, per l’Italia, è quello del controllo della spesa netta.
Tuttavia l’esecutivo ha preso la palla al balzo e messo sul tappeto l’ipotesi di uno scostamento.
Anche in questo caso bisogna andare oltre il dibattito politico, per alcuni aspetti fuorvianti. Certo scostare dagli impegni assunti crea un problema con la Commissione, ma fino a un certo punto. Forse si resta più a lungo nella procedura d’infrazione, ma anche questo a guardar bene non è gravissimo. Già oggi, in base alle regole vigenti, ci si può scostare sino allo 0,3% del Pil, con la promessa di rientrare successivamente. Parliamo di 6-7 miliardi che potremmo decidere di spendere senza “fibrillazioni” con Bruxelles. Il tema è come spenderli, questo interessa all’Europa certo, ma interessa prima di tutto noi italiani.
Cosa intende?
Misure generalizzate come quelle sulle accise sono troppo costose. Meglio focalizzare gli obiettivi: famiglie fragili, imprese energivore...
L’ipotesi è intervenire sull’autotrasporto per impedire aumenti sui prezzi al dettaglio.
Potrebbe essere una buona idea, se realizzata nel modo giusto e senza disperdere i soldi in mille rivoli.
E allora se le scelte da fare non sono così “drammatiche”, perché tanto pathos nella narrazione politica?
La si mette sull’Europa più o meno coraggiosa, ma la verità è che il nostro problema restano i mercati internazionali. Il Governo sa che è lì che si osservano con attenzione le nostre mosse. Le condizioni di fragilità del nostro Paese sono note, e queste portano a prevedere un maggiore impatto dell’aumento del costo dell’energia sull’economia nazionale. Non a caso nelle scorse settimane lo spread è salito anche di 30 punti, ora è a una quindicina. Il nodo da affrontare è questo, e responsabilizza il Governo sull’uso delle risorse. Invocare lo stop al Patto di stabilità non serve a nulla, perché non cambierebbe il nostro problema strutturale di fronte ai mercati.
Ma c’è davvero una crisi epocale dietro l’angolo di fronte alla quale l’Ue è inerte?
Al momento i mercati si aspettano un peggioramento dei costi dell’energia con un impatto sull’inflazione limitato, con un rientro dell’allarme già dal terzo trimestre. Ovviamente supponendo che Trump dichiari chiusa e “vinta” la guerra. Dunque si comprende anche perché l’Europa, al momento, si limiti a dare indicazioni sui risparmi di energia, indicazioni che comunque andrebbero prese in considerazione. Poi sono certo che l’Ue saprà agire se il quadro si deteriorerà. Fermo restando che della vera grande priorità nessuno parla davvero: uscire da questa dipendenza energetica che ci ammazza. In primis investendo sulle reti di interconnessione all’interno dell’Europa, per sfruttare meglio le rinnovabili. Lo indica anche Draghi nel suo rapporto.
Si arriverà a un bivio tra misure per l’energia e misure per il riarmo?
Anche questa mi pare una questione “politicizzata”. Il Belgio è in infrazione ma ha già chiesto la deroga per le spese militari. Dunque la scelta è politica, non è strettamente legata all’obiettivo del 3%. Comprendo l’impopolarità, ma il Governo deve scegliere se e come mantenere gli impegni assunti. Tra l’altro, è un mio parere, il programma Safe risponde all’esigenza prioritaria di una maggiore autonomia dagli Stati Uniti.

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