In Sicilia c'è un borgo dove tutti i migranti trovano lavoro e scelgono di restare

di Andrea Ceredani, inviato a Carlentini (Siracusa)
Si chiama Carlentini e dal 2017 ha accolto centinaia di minori stranieri soli. Le offerte di impiego ci sono per tutti e alcuni hanno appena acceso un mutuo per la casa. Secondo il sindaco, «è un modello replicabile ovunque»
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June 28, 2026
In Sicilia c'è un borgo dove tutti i migranti trovano lavoro e scelgono di restare
I minori stranieri non accompagnati di Carlentini (Siracusa) durante il Festival degli Aquiloni
In estate la piazza di Carlentini, in provincia di Siracusa, si popola attorno alle 17 del pomeriggio. A quell’ora i primi anziani iniziano a sedersi all’ombra e poi, quando il sole si abbassa, occupano ogni panchina e sedia di plastica. Le loro partite a carte sono disturbate solo dai ragazzi che hanno finito gli esami di terza media o che devono ancora iniziare il turno di lavoro. Sono in paese da due anni al massimo, ma i loro nomi li conoscono tutti: Hossam, Kays, Ibrahim, Mamadou e altri ancora. Il motivo è semplice. Quei giovani a Carlentini si incontrano ovunque: sono loro a preparare i caffè, gli arancini e le feste in piazza. È con loro che i paesani trascorrono i pomeriggi di riposo: «Le mie tre nipoti si sono trasferite al Nord – ci spiega uno degli anziani del paese, interrompendo una chiacchierata tra amici – e loro sono diventati i nostri figli. A pochi mesi dall’arrivo, parlano bene italiano e vogliono vivere e lavorare qua. Questi per noi sono veri carlentinesi».
Eppure, Hossam, Ibrahim e gli altri sono minori stranieri non accompagnati in Italia. Vengono principalmente da Egitto, Mali, Nigeria e Bangladesh. Tutti hanno alle spalle viaggi lunghi e dolorosi: alcuni hanno percorso a piedi il deserto, altri sono rimasti in mare alla deriva per giorni e la maggior parte ha trascorso diverse notti nei lager libici prima di salpare. Ma nella mente dei minori sono solo ricordi di un passato lontano: ormai studiano, lavorano o comprano casa a Carlentini. Il motivo ha a che fare con il progetto che li ha accolti in Italia: «Ciascuno di loro, che arrivi all’età di 15 o 17 anni, viene avviato a un inserimento lavorativo nel nostro paese o nei Comuni vicini. Il lavoro c’è: al momento, ho dovuto rifiutare le offerte di 82 aziende perché non abbiamo abbastanza ragazzi da candidare». Ce lo spiega Salvo Cappellano, presidente di Iblea servizi territoriali, che dal 2017 gestisce progetti di seconda accoglienza nel Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) in Sicilia. Con risultati molto superiori alla media nazionale: a fronte di una media del 34% di inserimenti lavorativi tra gli adulti accolti in Italia, i 239 migranti ospitati dai quattro progetti della cooperativa siciliana trovano tutti un impiego al termine del loro percorso. Con pochissime eccezioni. «Questa è l’integrazione che funziona – ripete Cappellano come un mantra –. Quella che dà istruzione, casa e lavoro. Non possiamo destinare solo il 20% dei fondi italiani alla seconda accoglienza».
Ibrahim un lavoro l’ha trovato in uno di quei settori che «spesso i nostri giovani non considerano più», come spiega Giuseppe Stefio, sindaco di Carlentini. È autista per un’azienda che bonifica l’amianto ad Aci Sant’Antonio, a quaranta minuti di auto da Carlentini. «Quando ho trovato l’impiego, potevo scegliere se trasferirmi in affitto ad Aci Sant’Antonio – racconta – o comprare una macchina e fare il pendolare ogni giorno». Non ci ha pensato un momento: con i risparmi dei primi stipendi Ibrahim ha acquistato un’auto usata e ha continuato a studiare per ottenere il patentino di smaltitore di amianto. Ora coltiva altri progetti per il suo futuro, ma tutti passano da Carlentini: «Appena avrò 21 anni – spiega – prenderò la patente del camion per crescere nell’azienda. Ma resto a Carlentini perché qua ho gli amici, gli affetti e la mia squadra di calcio». Fuori Comune ci esce – racconta sorridendo –, «ma solo per fare baldoria la sera».
Tra i 31 minori accolti a Carlentini, quasi tutti sono avviati a un impiego in settori a grande richiesta di manodopera: sono camerieri, muratori, idraulici, cuochi e operatori nelle pompe di benzina. È questa versatilità, secondo il primo cittadino del paese, il più importante valore aggiunto del progetto: «Lavorano qui, hanno comprato casa qui e spesso svolgono mestieri che i nostri giovani non vogliono più fare – commenta Stefio –. Senza questi ragazzi, non so davvero se ci sarà un futuro per le nostre comunità». In altre parole, sono un rimedio naturale contro lo spopolamento. Alcuni, al termine del percorso, riescono persino ad accendere un mutuo. È successo a Carlentini, dove un ragazzo egiziano ha appena ottenuto un finanziamento per un quadrilocale, ed è successo a Centuripe (Enna), dove ha trovato casa un’altra famiglia accolta da un progetto della cooperativa Iblea.
Ma la loro presenza trattiene in Sicilia anche gli italiani. «Appena mi sono laureato in Scienze della Formazione, ho pensato di trasferirmi a Roma – racconta Salvatore Butera, “Tole” per tutti – perché trasferirsi è il percorso naturale per noi giovani. Ma poi, quasi per caso, mi ha chiamato la cooperativa Iblea come educatore per minori stranieri e la mia vita è cambiata». Il risultato è che da quasi dieci anni “Tole” è dipendente della cooperativa a Carlentini. «Non cambierei nulla del mio percorso – conclude – e soprattutto non lascerei il mio paese».
Nonostante gli appelli dei sindaci, le persone migranti accolte nel sistema Sai in Italia sono ancora una minoranza: i posti attivi erano 41.289 nel 2025. Perciò, l’impatto sul ripopolamento delle aree interne e l’indotto dei progetti sull’economia dei piccoli borghi sono un test importante per valutare se davvero – come sostiene il sindaco Stefio – «il modello di Carlentini è replicabile ovunque in Italia». I risultati della cooperativa Iblea sono piuttosto incoraggianti: «Macellai, baristi e ristoratori – racconta il presidente Cappellano – mi fermano spesso in paese per ringraziare la cooperativa del buon lavoro che i ragazzi svolgono nelle botteghe». Non solo. Nel borgo di Centuripe, dove è attivo un altro progetto di accoglienza, i consumi delle persone migranti contribuiscono a tenere in piedi molte attività: «Ogni anno dividiamo le spese mediche fra le tre farmacie del paese – spiega Cappellano – per dare un’entrata a tutte».
Non tutti i minori accolti, però, hanno già iniziato a lavorare: i più giovani sono ancora concentrati sullo studio per imparare in fretta l’italiano. Tra i banchi della scuola media, che popolano evitando la formazione di pluriclassi, iniziano a sentirsi più vicini ai compagni italiani. E stringono amicizie che durano anni. «L’anno scorso ho conosciuto Dario – racconta Mamadou – e non ci siamo mai separati. È come se fosse mio fratello, sono sempre a casa sua. E Veronica, sua madre, è come se fosse mia mamma». A fine giugno Mamadou ha sostenuto l’esame di terza media. Per lui è la seconda volta: non era stato bocciato, ma non si sentiva soddisfatto del risultato e ha deciso di ripetere l’anno. «A Carlentini ho i miei amici e la mia famiglia – conclude –. È anche per questo che l’italiano lo voglio conoscere benissimo».

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