Ielpo e Romanelli scuotono il Meeting: «Restare in Terra Santa è la nostra risposta alla guerra»
di Paolo Viana, inviato a Rimini
Dal villaggio cristiano di Taybeh alla Striscia, il custode di Terra Santa e il parroco di Gaza raccontano una comunità che continua a vivere tra violenze, privazioni e paura. E chiedono alla Chiesa e al mondo di non abbandonare quei luoghi, sostenendo il diritto di ogni popolo a vivere in pace

Per il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, in Cisgiordania l’emergenza continua: «È drammatico e doloroso assistere al perpetuarsi di ingiustizie e violenze. Penso anche ai villaggi o agli accampamenti delle minoranze di cui non si sa nulla» ha detto ieri al Meeting, in un dibattito con padre Gabriel Romanelli, parroco di Gaza, in video collegamento. Il custode ha confermato che la cristianità non smobiliterà, chiedendo di cambiare strategia su Taybeh. Secondo padre Gabriel la resilienza disturba: «A Gaza Gesù ha vinto, il mondo non vuole sentirlo ma ha vinto: restiamo e inghiottiamo le lacrime». E Ielpo ha spiegato che in queste ore, «oltre a denunciare come continua a fare la Chiesa, si sperimenta un’impotenza di fronte a chi ti guarda. Eppure, la potenza cristiana è fondamentale». Non solo come testimonianza. «I luoghi santi – ha aggiunto parlando dei pellegrinaggi – hanno bisogno della presenza essenziale dei cristiani di tutto il mondo. Il pellegrinaggio oltre ad essere una iniezione positiva per l’economia (a Betlemme il 75% della popolazione vive di turismo) genera speranza».
Una prospettiva confermata dalle parole del parroco di Gaza: «Restare qui è una sfida politica, nonostante non lo si possa capire: il pastore deve restare con il suo gregge. Quindi inghiotto le lacrime e resto qui». Padre Romanelli ha poi illustrato ancora una volta le difficoltà della vita quotidiana nella città bombardata, senza lavoro, senza acqua, senza scuole, senza elettricità se non quella di un generatore che serve parrocchia, ospedale e comunità religiose, depuratore e pompe. Il custode ha fatto capire che non ci sono novità né spiragli e che la situazione disumana dei profughi resta attualissima. A Gaza, dove un litro di diesel costa 10 euro – e Hormuz non c’entra – e dove la scuola cattolica che l’anno scorso aveva 270 alunni quest’anno ne avrà mille perché le altre strutture sono crollate, «mai ho visto qualcuno invocare vendetta; neanche dopo il bombardamento del 7 luglio 2025 che fece diverse vittime nella comunità. Alla sera pregammo e nessuno chiese giustizia, ma solo pace. Questo mostra cosa sono i cristiani in Terra Santa, gente che porta il Vangelo in una valle di morte».
Padre Ielpo ha motivato la resilienza cristiana su un piano teologico. «Noi abbiamo tante opere, ma la prima opera siamo noi. Ciò che facciamo è il riverbero di ciò che accade in noi: tutti ci guardano e cercano soluzioni che spesso non abbiamo; di fronte al male possiamo però inginocchiarci e guardare al mistero di un Dio che si fa carne e non si ritira, in nome del suo amore per l’uomo». E ha spiegato che una quotidianità familiare sotto le bombe non è un atto politico, ma resta una risposta diversa (e alternativa) ai diktat della politica e della guerra: «Il mio compito è innanzi tutto difendere la vocazione dei frati perché solo vivendola fino in fondo contribuiamo a un amore che non si ritira, come quello di Cristo». I profughi e i cattolici chiedono le stesse cose in Cisgiordania: un lavoro, una scuola, la sanità, la pace. «Chiedono a noi di dare loro una ragione per stare qui, dove tutto è distrutto. Una ragione che dimostri che c’è qualcosa di veramente bello anche qui: il nostro compito è aiutarli a scoprire la propria vocazione. E che il destino che Dio ha pensato per noi è buono. Se ci limitassimo a dire semplicemente “bisogna restare a tutti i costi” sarebbe solo uno slogan».
Questa resistenza è la scelta dal basso di vivere dove altri hanno deciso di fare la guerra. Rientra, in questo contesto, anche la necessità dei pellegrinaggi: che «rinnovano nei pellegrini il legame con Cristo e aiutano un popolo a riscoprire la propria vocazione a vivere in Terra Santa». Ma non vale solo per i luoghi sacri. Questa richiesta di “normalità” si scontra con la linea di Israele che ha blindato Taybeh. «Auspichiamo soluzioni diverse perché ci sia il rispetto dei diritti fondamentali» ha risposto da Rimini il custode. Che ha commentato così la scelta di chiudere l’unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania per proteggerlo dai coloni: «Ogni giorno ci troviamo di fronte a nuove sfide e nuove sofferenze che sono veramente molto profonde e il grido di giustizia che si sente nascere dentro è davvero molto forte, molto grande. Bisogna trovare soluzioni realistiche, concrete ed efficaci perché ci sia il rispetto dei diritti fondamentali di ogni uomo, di ogni popolo» ha detto il francescano. «È un momento storico in cui non possiamo voltarci dall'altra parte» ha concluso.
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