Ecco come l'Università è ancora un ascensore sociale (grazie alle donne)

Il Rapporto di genere di Almalaurea smonta lo schema per cui è più facile che si laureino i figli di famiglie agiate e istruite
February 11, 2026
Ecco come l'Università è ancora un ascensore sociale (grazie alle donne)
Due studentesse universitarie / ICP
Se l'Università italiana è ancora un ascensore sociale, il merito va attribuito, in gran parte, alla tenacia delle studentesse. Sono loro, infatti, a scardinare lo schema secondo cui ad avere maggiori possibilità di laurearsi sono i figli di famiglie istruite e benestanti. A riverlarlo è il Rapporto di genere di Almalaurea, presentato all'Università di Modena e Reggio Emilia in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza. Stando ai dati, proviene da famiglie con almeno un genitore laureato il 29,7% delle laureate contro il 36% dei laureati. Inoltre, appartiene alla classe socio-economica elevata il 21% delle donne rispetto al 24,6% degli uomini. «Ne deriva - si legge nel Rapporto - un contributo femminile più marcato ai processi di mobilità educativa ascendente».
Un altro dato interessante riguarda la cosiddetta «trasmissione intergenerazionale» dei percorsi di laurea. Ovvero, quando i figli «seguono le orme» dei genitori laureati, intraprendendo il medesimo corso di studi. Anche in questo caso, le donne sono più “libere” degli uomini (19,4% contro il 21,8%). Il divario, spiega il Rapporto di Almalaurea, «cresce nelle lauree magistrali a ciclo unico, dove i percorsi conducono più spesso alla libera professione o al lavoro autonomo: l'“ereditarietà del titolo” riguarda il 33,2% delle donne rispetto al 45,2% degli uomini». Infine, sempre per restare in ambito familiare, Almalaurea «nota come le scelte formative non siano influenzate alla stessa maniera dalla formazione del genitore per uomini e donne: nel 12,5% dei casi gli uomini scelgono il percorso del padre e il 6,3% quello della madre, mentre le donne scelgono in maniera equilibrata: l’8,6% opera la scelta del padre e l’8,4% sceglie il percorso della madre».
Per il resto, il Rapporto evidenzia i divari di genere già noti da tempo. «A fronte di una netta prevalenza femminile tra i laureati, quasi il 60%, la rappresentanza di genere diminuisce con l’aumentare del livello formativo e rimangono evidenti in modo sistematico le differenze di genere nelle scelte dei percorsi universitari, negli esiti occupazionali e nelle condizioni di lavoro», ricorda Almalaurea. Prendiamo, per esempio, i risultati universitari: il 60,9% delle donne di laurea in corso contro il 55,4% degli uomini e con un voto migliore: 104,5/110 contro 102,6/110. Una volta entrati nel mercato del lavoro, però, gli uomini ottengono stipendi di circa il 15% superiori a quello delle colleghe laureate. Il 16,4% delle donne ha, inoltre, un contratto a tempo determinato rispetto al 9,6% dei laureati, «forse anche perché più occupate nel settore pubblico rispetto agli uomini». Infine, le laureate disposte ad accettare compensi bassi (fino a 1.250 euro mensili) sono il 14,2%, circa il doppio dei laureati (7,2%). Un dato, quest'ultimo, che viene letto da Almalaurea «anche alla luce di fattori culturali e di aspettative economiche differenziate in ingresso nel mercato del lavoro».
Questa situazione è definita «una vera e propria discriminazione» dal presidente di AlmaLaurea, Ivano Dionigi. «Il Rapporto  - prosegue - rappresenta un momento di verità che mette a nudo un evidente deficit di cultura e di giustizia del Paese, che richiede un’azione decisa e congiunta della politica, dell’università e dell’impresa». Sulla necessità che laureate e laureati lavorino insieme per la crescita della società, insiste la direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo: «Ragazze e ragazzi vogliono scrivere una storia nuova, in cui si pongono le premesse di un futuro che li vede parimenti protagonisti».
Infine, sulla carenza di laureate in materie Stem (sono il 41,1% del totale e il 36,7% dei dottori di ricerca), insiste la rettrice dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Rita Cucchiara.  «La scienza e la tecnologia non hanno genere - sottolinea -. Quindi quello squilibrio segnala uno spreco di capacità e di aspirazioni che un Ateneo pubblico ha il dovere di intercettare».

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