Attentato a Ranucci, l'ex editore Lavitola è stato arrestato

L'imprenditore è accusato di essere il mandante della bomba collocata sotto l'auto del conduttore di Report
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August 10, 2026
La notizia si diffonde alle 13. E scuote ancora una volta sia i corridoi della Rai che i Palazzi della politica. L’ex editore e imprenditore Valter Lavitola, già destinatario di un mandato di perquisizione il 4 luglio, è stato arrestato dai Carabinieri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 a Pomezia, davanti all'abitazione del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci. Oltre che per Lavitola, il gip ha emesso un ordine di arresto nei confronti del cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares, attualmente in Africa (»Non torno in Italia» dice al Tg1) e sospettato di essere l’intermediario tra Lavitola e quattro persone d’origine campana, già agli arresti e ritenute presunte esecutrici. C’è anche una foto del gennaio 2022 che ritrae i tre insieme.
«Mandante e depistatore»
Lavitola, a cui si contesta il metodo mafioso, è indiziato «di aver concepito il disegno delittuoso - annotano i Carabinieri -, dando mandato a Tavares di individuare i soggetti in grado di reperire l’esplosivo e di compiere l’attentato dimostrativo davanti alla villa del giornalista». L’imprenditore avrebbe «partecipato personalmente, insieme al cittadino camerunese a un primo sopralluogo esplorativo a Pomezia», il 15 settembre 2025. Tavares avrebbe «reclutato e istruito gli esecutori materiali». E avrebbe partecipato a una seconda ricognizione sul litorale laziale il 10 ottobre 2025, mettendo a disposizione l’autovettura del suocero. Per il gip, Lavitola «avrebbe condiviso con la vittima e con persone del suo entourage, tra cui un giornalista di Report, la convinzione che l’incolumità di Ranucci fosse seriamente in pericolo, avanzando inoltre ipotesi sui possibili responsabili dell’azione». Un «vero e proprio depistaggio», ritiene il magistrato, citando la testimonianza di un giornalista di Report sulla “pista israeliana” sostenuta da Lavitola.
Il movente: ambizioni «in ambito politico»
Le misure restrittive «si fondano su un impianto accusatorio solido», scrivono gli investigatori. Le risultanze «derivano dall’analisi incrociata dei tabulati telefonici e telematici delle celle serventi l’area dell’attentato, dal tracciamento dei veicoli coinvolti nelle fasi preparatorie e dall’esame forense dei telefoni cellulari in uso agli indagati». E il movente? Gli inquirenti l’8 luglio avevano convocato in procura Lavitola che si era avvalso della facoltà di non rispondere, rendendo dichiarazioni spontanee. E ora, stando all’ordinanza di custodia del gip Iole Moricca, ritengono che l’attentato sia «stato commissionato da Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare» i suoi «progetti in ambito politico», confidando nella popolarità del conduttore.
«Nessun elemento su un accordo con Ranucci»
Per il gip, «è indubbio che il progetto perseguito da Lavitola fosse strumentale a garantirsi un posto di rilievo nel panorama politico italiano», dovendo escludere «che lo stesso agisse, investendo denaro e tempo proprio, solo per aiutare l’amico Ranucci». Ma il conduttore di Report sapeva? Allo stato, precisa il gip, «non è emerso alcun elemento per ritenere che fosse d’accordo con Lavitola», anzi si ritiene «che sia stato vittima della manipolazione dell’indagato». Nel 2024, in una chat citata nell’ordinanza, Lavitola scriveva a Ranucci, che si sentiva attaccato politicamente: «E tra 2 anni fai il presidente». E, in riferimento alle elezioni politiche, aggiungeva che, qualora Ranucci fosse stato mandato via dalla Rai, avrebbe fatto «bingo».
Nuove tensioni in Rai
Per Roberto De Vita, avvocato del giornalista, dopo l’arresto diventa «fondamentale comprendere movente e contesto. Mentre per l’Autorità Giudiziaria è evidente come Ranucci sia la vittima, per alcuni giornalisti ed esponenti politici lo stesso attentato è un pretesto per regolare i conti con Report». In una nota, i 60 giornalisti di Report negano che sia in atto un commissariamento del programma e ribadiscono totale «sostegno a Ranucci, oggetto di una quotidiana campagna diffamatoria». Ma, dalla Vigilanza Rai, Maurizio Gasparri (FI) auspica che «la Rai svolga fino in fondo i propri accertamenti».

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