Opinioni

Medicina. Dubbi, denunce e troppi errori. Ecco i «pentiti» dell'eutanasia

Carlo Bellieni sabato 16 marzo 2019

In Belgio e Olanda ora ci si rende conto che curare meglio la depressione e permettere cure palliative adeguate può evitare la morte come scorciatoia

Come sempre, mentre in Italia si rincorre l’ultima 'novità etica' sul fronte del diritto all’autodeterminazione, all’estero c’è già chi fa marcia indietro. È il mondo scientifico che illumina con un faro di critiche la legislazione sull’eutanasia, invece da tanti magnificata in Italia a sproposito. Il motivo più recente sono gli errori, i dubbi, le denunce di casi di eutanasia su persone disabili mentalmente o su soggetti psichiatrici. E i medici si domandano: perché non curarli meglio, invece di lasciarli morire? Tanti depressi chiedono di morire, certo, ma la buona medicina sta nel curar loro la depressione, non di obbedire alla domanda di eutanasia che viene da una persona instabile mentalmente o che ha perso il senso oggettivo delle cose.

L’autorevole «Journal of Palliative Care» riporta le buone ragioni per essere contrari all’eutanasia (che nel frattempo è arrivata al 2% delle cause di morte in Belgio) nei disabili mentali. La prima è la presenza di «pendii sdrucciolevoli»: in Olanda e Belgio le misure di salvaguardia del paziente nei casi di disabilità mentale ed eutanasia sono inefficaci o violate per effetto della somministrazione di farmaci letali senza il consenso del paziente, dell’assenza di malattia terminale o della presenza di malattie psichiatriche non trattate.

Altro motivo riportato dalla rivista scientifica è la mancanza di autodeterminazione: motivi psicologici e sociali caratterizzano le richieste assai più di sintomi fisici o scelte razionali, mentre molte richieste rientrano con un miglior controllo dei sintomi e il supporto psicologico. Infine, lo studio del «Journal» addita come fattore di rischio proprio la presenza di cure palliative inadeguate: un trattamento all’altezza per la depressione e il dolore diminuirebbe il desiderio di morte. I ricercatori concludono che «i medici hanno molta strada da fare contro il dolore. Le soluzioni per la sofferenza dovrebbero migliorare le cure palliative e le condizioni sociali lottando con le motivazioni per le richieste di suicidio/eutanasia, e non includendole».

Una petizione intitolata «Revisione della legge sull’eutanasia per la sofferenza psichica» (che in inglese ha come acronimo Rebel) ha raccolto le firme di 253 medici belgi che chiedono una «riflessione etica» sulla legge tra tutte le parti coinvolte: «Chiediamo di rafforzare i criteri per la diagnosi di sofferenza psichica – si legge nella petizione – e di consentire a una commissione di giudicare ogni caso in anticipo, o preferibilmente di rimuovere dalla legge la sofferenza psichica insopportabile e senza speranza come criterio per l’eutanasia». Queste preoccupazioni sono state riprese in un editoriale pubblicato nel prestigioso «New England Journal of Medicine» e firmato dallo psichiatra Joris Vandenberghe, del Centro psichiatrico universitario di Lovanio.

«Gli attuali sistemi attivi in Belgio e nei Paesi Bassi – denuncia il clinico – falliscono in termini di valutazione attendibile dei pazienti, almeno per quel che riguarda le malattie psichiatriche». Pur sostenendo in astratto l’idea che il «suicidio razionale» sia concepibile anche in presenza di malattie mentali, Vandenberghe osserva però che la morte medicalmente assistita per ma-lattia mentale potrebbe essere tollerabile «solo se esistono sufficienti garanzie che si tratti davvero dell’ultima risorsa». Invece, osserva, la valutazione richiesta per eseguire la stimolazione cerebrale profonda – trattamento chirurgico volto a ridurre i sintomi debilitanti caratteristici di alcune ma-lattie mentali come le sindromi ossessive – è più rigorosa rispetto a quella richiesta per dare una morte medicalmente assistita. E aggiunge: «Per il suicidio assistito o per l’eutanasia, al contrario, un singolo medico decide che il paziente è idoneo dopo aver ricevuto il parere non vincolante di due colleghi che hanno esaminato il paziente e la sua cartella clinica». In altre parole, «non ci sono criteri specifici di diagnosi per decidere che nessun altro trattamento rimane ragionevolmente da provare».

Recentemente è stato sollevato davanti ai giudici belgi il caso della morte per suicidio assistito di una donna affetta da sindrome di Asperger, una forma di autismo. I parenti lamentavano varie irregolarità nella procedura tra le quali il forte dubbio che anche la diagnosi di Asperger fosse sbagliata, convinti com’erano invece che la donna stesse soffrendo per i postumi di una storia sentimentale finita in modo traumatico. Una storia che riporta alla vicenda della quale tempo fa si occupò la Procura di Como indagando sulla morte di un ingegnere brianzolo 62enne che nel settembre 2017 era andato a morire in una centro specializzato svizzero dove si pratica il suicidio assistito. L’uomo non era affetto da malattie incurabili ma era in cura per depressione, una situazione attestata da una lettera inviata dall’ingegnere ai servizi sociali in cui spiegava le sue intenzioni. Uno studio pubblicato nel 2016 su «Jama Psychiatry» ha mostrato che in 66 casi di morte assistita per malattia mentale nei Paesi Bassi vi era stato disaccordo tra i consulenti che avevano giudicato la richiesta in 16 circostanze (pari al 24%), mentre in altri 7 casi (11%) non c’era stata una consulenza psichiatrica indipendente.

Trudo Lemmens, professore di Diritto e politica sanitaria all’Università di Toronto, ha affermato su «Medscape Medical News» che «molti canadesi, e certamente la maggior parte dei fornitori di assistenza psicologica, sono consapevoli del fatto che offrire suicidio o eutanasia come 'terapia' rischia di minare i nostri obblighi sociali verso coloro che lottano con problemi di salute mentale e potrebbe avere un impatto sulla prevenzione del suicidio». Uno specialista che la sa lunga su questo aspetto è Paul Appelbaum, direttore del Centro di ricerca sulle implicazioni sociali di genetica psichiatrica, neurologica e comportamentale presso la Columbia University di New York. «Anche se si rispettano gli standard e le procedure, l’applicazione della morte assistita da parte di personale medico su persone con malattie mentali rimane problematica: il desiderio di morire può essere un sintomo della malattia stessa, aggravata dall’isolamento sociale e dalla demoralizzazione», ha scritto Appelbaum sul «New England Journal of Medicine».

Nella più accreditata letteratura scientifica emergono dunque numerose riserve sull’apertura all’eutanasia e al suicidio assistito nei Paesi dove queste pratiche sono legali, tollerate o considerate come un’eventualità plausibile. Cresce la consapevolezza che si tratta di una scorciatoia per chi soffre, che deresponsabilizza gli Stati rispetto al dovere di mettere in pratica politiche sociali e sanitarie per le categorie di malati più fragili: le persone sole, depresse, mal consigliate. Una situazione che può facilmente sfuggire di mano, come abbiamo visto. Viene spacciata come situazione ideale la collocazione al centro del rapporto medico di un contratto per suggellare il quale basterebbe una firma che poi diventa determinante e cogente. Ma sappiamo che il rapporto medico è fondato sulla fiducia e la collaborazione, sempre più difficili nella medicina burocratizzata, ma che devono riprendere spazio. Aprire all’eutanasia invece significa svilire i medici. Che, forse, se ne stanno accorgendo.