Agorà

STORIA. I veri Borgia oltre la «leggenda nera»

Franco Cardini giovedì 7 gennaio 2010
La nobile famiglia valenciana dei Borja, italianizzata in Borgia, ha fornito alla Chiesa due papi tra Quattro e Cinquecento: Alfonso, dive­nuto Callisto III (1455-1458), e Rodrigo, poi Alessandro VI (1492-1503). Lo Spiri­to soffia dove vuole: e i cattolici, i quali credono nel Suo intervento nei concla­vi, non si lasceranno disorientare più di tanto dinanzi al fatto che nel fatidico 1492 – annus mirabilis et terriobilis: la caduta di Granada, la morte del magni­fico Lorenzo, la scoperta del Nuovo Mondo – i cardinali orientassero il loro voto sul nipote preferito di papa Calli­sto, quel Rodrigo addottoratosi brillan­temente in diritto canonico nell’Uni­versità di Bologna e dal 1456 cardinale. Uomo duro, astuto, amante dei piaceri e privo di scrupoli, Rodrigo era un poli­tico e un diplomatico abilissimo. Padre di dieci figli, famoso per i suoi legami a­morosi con Vannozza Cattanei e poi con Giulia Farnese, dopo la sua ascesa al so­glio pontificio favorì – appoggiandosi al regno d’Aragona e al ducato di Milano prima, al re di Francia poi – le mire di Ce­sare, quello spregiudicato di suo figlio che, facendo leva sul suo ruolo di «gon­faloniere della Chiesa» (una specie di governatore generale dello Stato ponti­ficio) mirava in realtà molto più in alto. Quella dei Borgia è una storia di potere, violenza eferocia, ma anche di sottile politica. Certo, la morte di papa Ales­sandro e l’ascesa al soglio pontificio del suo più acerrimo nemico, Giulio II, se­gnò la fine della meteora di Cesare – che aveva affascinato Niccolò Machiavelli – e ne affrettò la rovina fino alla morte in battaglia, in Navarra, nel 1507. La sua (troppo) chiacchierata sorella Lucrezia, duchessa di Ferrara, gli sopravvisse fino al 1519 votata alle pratiche religiose. Suo figlio Ippolito d’Este sarebbe stato uno dei più fastosi mecenati dell’Italia rina­scimentale, mentre il grandissimo san Francesco de Borja sarebbe stato il ter­zo generale della Compagnia di Gesù. Alla saga dei Borgia un pur valente stu­dioso tedesco dell’Ottocento, Ferdinand Gregorovius, tentò di applicare una ma­schera scandalistica scrivendo un ca­polavoro di pamphlet storico, Lucrezia B orgia ( Newton & Compton), che costi­tuisce uno dei best sellers della «leggen­da nera» sul papato corrotto. Ci riuscì. Da allora, il cognome Borgia (facile la ri­ma con «orgia») è uno dei più esecrati da tutti gli studiosi da strapazzo e gli sto­rici della domenica in vena di afferma­zioni anticlericali. E non scherza nemmeno Juan Antonio Cebriàn, giornalista e divulgatore di suc­cesso, il quale ha da pochi mesi pubbli­cato per Ediciones Temas de Hoy un a­gile libro, Los Borgia. Historia de una ambiciòn , che sembra ignorare il testo del Gregorovius (ma ha tenuto conto di uno di Roberto Gervaso e di uno di Ma­rio Puzo) e che a modo suo è quasi ge­niale: risulta difficile riunire tutte le ba­nalità dello sciocchezzaio anticattolico travestito da denunzia moralistica. Le bugie avranno le gambe corte, ma quando si tratta di dir male del papa (sia pure dopo mezzo millennio) fanno al­quanta strada. Il libretto del Cebriàn e­ra già un «perfetto» copione cinemato­grafico: anzi, forse è stato scritto fin da principio con questo fine. E, puntuale, è arrivato il film, che per la verità si ba­sa quasi solo sul libro di Mario Puzo (per il quale i Borgia furono la prima «gran­de famiglia» del crimine, quasi i tri­snonni del Padrino). Prodotto dalla tv pubblica spagnola «Antenna3», diretto da Antonio Hernán­dez, con costumi sontuosi, spesso «a ri­sparmio » e non sempre filologicamen­te inappuntabili. La pellicola sta imper­versando sugli schermi d’Europa: pub­blicizzata con la formula «Ambición, Pa­sión, Poder» e basata sul solito trio san­gue- morbo-sesso, mobilita divi della moda e del piccolo schermo per una versione iberica del Kulturkampf contro la Chiesa. Un pol­pettone pseudosto­rico su amori, ince­sti, crudeltà e delitti all’ombra di papa Borgia. Nulla trape­la dal film di Hernández su quisquilie come il fatto che ormai, su Alessandro VI, il giudizio degli storici è alquanto mutato dai beati tempi del Gregorovius. Ne sono testimoni i molti convegni e i bei volumi pubblicati a cura dell’Istitu­to Storico Italiano per il Medio Evo, la più autorevole istituzione pubblica italiana sugli studi medievistici, e il cui diretto­re Massimo Miglio – un celebre studio­so, insospettabile di simpatie «clericali» – è un serio estimatore del grande pon­tefice. Che fu senza dubbio uomo del suo tempo, con tutto il peso morale che ciò può comportare: e peccatore fin che volete. Ma che fu anche un papa straor­dinario: avviò la riforma degli Ordini re­ligiosi, mostrando di aver compreso be­ne i mali della Chiesa del tempo (quelli che avrebbero condotto alla rivolta di Lutero); sistemò la contesa ispano-por­toghese dopo la scoperta del Nuovo Mondo, imponendosi per una versione equilibrata del problema. Fu uno stati­sta accorto che, riordinando l’ammini­strazione, le finanze e l’istituzione del­lo Stato della Chiesa e ponendo fine a molti abusi, fornì un contributo decisi­vo all’aprirsi dell’età moderna; s’impo­ne alla gratitudine di chiunque apprezzi l’arte come genero­so mecenate; dette, da competente ca­nonista, un energi­co impulso agli stu­di di diritto canoni­co, necessario per il riordino della gerar­chia; fu paziente perfino dinanzi agli attacchi di Gerolamo Savonarola, che infatti fu vittima degli odi delle fazioni fiorentine più e prima che della sua vo­lontà. Queste cose sono tutte «dimenticate»nel film: prevale il taglio morboso in questo mattone di quasi due ore e mezzo che un critico spagnolo ha qualificato come «insufriblemente soporíferas» accom­pagnato da una colonna sonora am­pollosa. Non sappiamo quando il film arriverà in Italia, col solito codazzo di polemiche riciclate, il déja vu di tempe­stosi talkshow a colpi di bignamesche reminiscenze. Ma per piacere, che non si ripetano tormentoni alla Dan Brown.