In Biennale il teatro che cura il dolore
A Venezia la rassegna apre e commuove: dal Leone d’Argento Mario Banushi con la trilogia sul lutto “Romance familiare” a “Promemoria” di Davide Iodice con gli anziani della residenza San Giobbe

L’umanità al centro senza se e senza ma nei potenti spettacoli di apertura del 54mo Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, in scena dal 7 al 21 giugno, che lasciano il cuore profondamente commosso. Le scelte alternative, o meglio “alter native” come recita lo slogan scelto dal direttore della sezione Teatro Willem Dafoe, premiano oggi con il Leone d’Oro la regista italiana Emma Dante e col Leone d’Argento il regista 27enne greco-albanese Mario Banushi. «È nelle crepe – nelle dimensioni più periferiche e libere – che l’arte respira davvero» spiega il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco aggiungendo come i due premiati «nel loro personalissimo percorso condividono i temi della famiglia, del lutto, della memoria, della violenza, di una dimensione rituale del dolore e della trasformazione. Nei loro lavori il teatro torna ad essere un dispositivo tutto di verità».
Verità in cui ci immerge fisicamente ed emotivamente senza via di scampo Mario Banushi, sorprendente e precocissimo talento che a Venezia ha presentato per la prima volta la sua trilogia Romance familiare che tanti riconoscimenti internazionali gli ha fruttato. Nato in Grecia nel 1998, cresciuto in Albania fino ai sei anni e poi tornato stabilmente in Grecia, Banushi apre una finestra sul suo mondo privato creando un universo basato su narrazioni familiari e un potente impianto visivo in cui non c’è bisogno di parole. Banushi parla il linguaggio universale degli affetti più profondi dopo aver vissuto esperienze dolorose nella sua vita. È durante la pandemia che si fa notare dall’allora direttore del teatro nazionale greco con il primo spettacolo Ragada, ambientato in una stanza. Il titolo dello spettacolo dedicato alla figura materna, in greco fa riferimento alle smagliature che rimangono sulla pelle dopo il parto. Ci ritroviamo quindi in una cucina in un B&B veneziano mentre un figlio, lo stesso Banushi, imbocca amorevolmente la madre anziana. Poi i simboli si fanno quotidiani, la pasta tirata a mano, la farina, l’odore dell’uovo al tegamino mentre l’anziana incontra il suo doppio, una sposa giovanile. «Mia madre ha fatto nascere me e milioni di altri bambini e bambine: era un’ostetrica – scrive Banushi nelle note di regia –. Per questo niente mi interessa di più dell’essere umano e dei suoi primi istinti. Attraverso la mia opera voglio ritrovare i sensi: l’udito, il tatto, l’olfatto, a vista e il gusto. Per questo in scena uso materiali tattili come l’acqua, il latte, la farina e prendo in prestito storie autobiografiche e della mia infanzia». Storie che affrontano di petto anche i lutti vissuti di recente da Banushi che negli altri due spettacoli Goodbye, Lindita e Taverna Miresia – Mario, Bella, Anastasia: il primo ispirato alla defunta e amata matrigna Lindita e il secondo alla morte del padre avvenuta tre giorni dopo. In Goobye, Lindita, visto all’Arsenale, l’artista ci introduce sulla scia di una luce tagliente caravaggesca che entra delle porte e dalle finestre, nella casa di una giovane donna bellissima, circondata di fiori sul letto di morte. Attorno lo strazio dei parenti, che diventa il nostro mentre partecipiamo ad un antico rituale funebre balcanico: le dicono addio, la lavano, la vestono con un abito tradizionale, piangono e pregano di fronte a una icona gigantesca della Vergine. Che diventa viva nei panni di una donna nera, un po’ Madonna un po’ Madre natura, che abbraccia pietosamente, nel finale, tra profumi di incensi e canti tradizionali, chi ha attraversato la soglia del Mistero. «Credo che il lutto sia qualcosa di silenzioso, soffocante dove le parole sono assenti o non contano poi molto, alla fine» aggiunge Banushi per spiegare l’assenza di parole nella messa in scena. «Può uno spettacolo che inizia con la morte di due persone amatissime trovare sollievo, una rinascita, dentro e oltre l’oscurità dell’addio? È quello che ho cercato di fare». Infine Taverna Miresia, che prende il nome dall’insegna del ristorante del padre in Albania che ha ospitato anche il suo funerale, ruota tutto intorno al senso di vuoto che segue al lutto.
Un lutto rielaborato non senza fatica dell’attore, scrittore, regista e danzatore Dorcy Rugamba, per la prima volta in Italia, che in Hewa Rwanda, letter to the absent indirizza una lettera ai suoi familiari uccisi durante il genocidio in Rwanda: padre, madre e uno stuolo di ragazzi e ragazze bellissimi che ci guardano da una grande foto della prima Comunione di una delle sorelline: tutti trucidati il 10 aprile 1994, tranne lui che si trovava in un’altra città da una zia malata. Una famiglia bella e unita come tante, travolta dalla tragedia della storia, cui l’autore vuole ridare dignità ricostruendo il valore personale dei singoli per coloro che li hanno amati. Per quanto drammatico, un inno alla vita: solo l’amore, conclude l’autore padre di tre bambini, è la soluzione all’odio.
Famiglia, memoria, rispetto per l’essere umano in tutte le età della sua via anche nel bellissimo spettacolo di Davide Iodice Promemoria, in prima assoluta a Venezia. Un progetto speciale che coniuga, come sempre nella ricerca di Davide Iodice, la prossimità a specifici gruppi sociali e comunità. Qui ci trasferiamo nella residenza per anziani San Giobbe di Venezia. Che accoglie persone anziane non autosufficienti e richiedenti una assistenza differenziata. Biennale Teatro ha commissionato il lavoro a Iodice che con la sua equipe artistico-pedagogica è stata accolta nella residenza per un lungo periodo presso gli ospiti e chi li accudisce accedendo a vissuti, racconti, desideri e speranze. Una insolita collaborazione che, come spiega la dottoressa Elisa Pizzobon, direttrice della struttura, nel catalogo curato dalla Biennale, «fa sì che gli anziani possano fare esperienza di situazioni di normalità facendo leva su una fragilità che diventa punto di forza potente nell’espressione di se stessi». Un racconto corale tra memoria, ricordi ma anche tanta fantasia, che ripone al centro la dignità umana.
Immensa tenerezza ci coglie appena entriamo nel chiostro e incontriamo Emma che in sedia a rotelle annaffia le rose e ci manda bacini. Poi incontriamo Sylvia nella sala riabilitazione, ex sportiva del pattinaggio e nella scherma, che danza per noi. Gli attori/caregiver conducono gli spettatori a gruppetti attraverso la struttura per incontrare Giorgio e i suoi amici nella sala del ricordo, dove con orgoglio gli uomini ci raccontano i loro mestieri: gondoliere, costruttore di lampadari, ciclista. E i loro sogni che dipingono sulla tela. Nel tinello Rina e Marisa, stenodattilografa orgogliosa della sua velocità sotto dettatura, ci offrono il caffé mentre Guglielmo, 94 anni, compagno di scuola di Umberto Eco, recita lucidissimo a memoria A Zacinto di Foscolo. Infine tutti insieme nel grande salone dove la vita si fa poesia e teatro puro: sulle pareti le foto di famiglia, le voci recitate che ricordano la fatica, la gioia dei figli e la paura vissuta in guerra mentre un angelo sparge i fogli delle storie della loro vita per la sala. Infine una girandola vivacissima dove attori e anziani si mescolano con gran divertimento e le carrozzine diventano elemento scenici al pari dei palloni, delle lampade e delle luci radenti. Occhi lucidi e sorrisi sulle note de Il carrozzone di Renato Zero. “Bella la vita che se ne va”, ma quanta vita piena c’è fra queste mura dove regna, come dice Iodice «uno spirito libero, una umanità eversiva». Un giro da queste parti farebbe bene a tutti. «Forse questo è il teatro per me: un naturale strumento di amplificazione della persona, delle persone» aggiunge Iodice nelle note di regia. «Io non ritengo nessuno estraneo a me stesso, l’altro sono sempre io, l’altro è sempre me, una possibilità di me. Avrei potuto essere un homeless, o stare in carcere o avrei potuto dovermi imbarcare su un gommone o essere un disabile e probabilmente diventerò vecchio e finirò i miei giorni in una Rsa. Gli altri, i “loro”, siamo noi: sempre».
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