mercoledì 8 aprile 2020
È un meccanismo psicologico comune, frutto di nostre angosce, errori o sconfitte. Oggi, si presenta come un fenomeno sociale. Uno studio della psichiatra Gosio ne mette in luce le ragioni
Opera di Doriano Solinas

Opera di Doriano Solinas - Archivio Avvenire

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È noto il mito greco della doppia Elena. Secondo Euripide, quella rapita a Troia era solo un simulacro e la vera Elena era rimasta nascosta in un anfratto della costa egiziana. Allorché Menelao ritrova la vera moglie, scopre che è invecchiata e imbruttita: quella fantastica era scomparsa per sempre. Cosa significa il racconto? Per il teologo Italo Mancini vuol dire questo: l’idea disincarnata è vuota, il fatto senza l’idea è cieco. L’ideale, pur grande, tanto da aver ispirato l’epopea omerica, non basta, ma anche il reale è insufficiente perché spesso manca di bellezza e perfezione. «Tocca veramente nel segno colui che sa unire ideale e reale, il dover essere e l’essere, la poesia e la prosa, se vogliamo dirlo in termini religiosi, la vita del corpo e quella dell’anima».

Dopo Euripide, il tema del doppio in letteratura è divenuto decisamente un classico, da Plauto a Shakespeare, da Stevenson a Dostoevskij, da Wilde a Conrad, da Pirandello a Saramago. Quello che qui più ci interessa mostrare, sulla scia di Mancini, è la dimensione dello scarto, lo scontro fra bene e male che convive in ogni uomo. Nel romanzo Il sosia, lo scrittore russo racconta la grottesca dissociazione della personalità del protagonista, Goljadkin, incapace di acquisire un ruolo nella società a differenza del suo sosia, che finisce per incolpare di tutti i suoi mali scoprendo alfine che non è altro che la sua stessa maschera, il segno della sua follia o della sua coscienza. È la drammaticità, l’ambivalenza della natura umana a essere esplorata dai grandi scrittori.

Anche Nicoletta Gosio, nel saggio Nemici miei. La pervasiva rabbia quotidiana (Einaudi, pagine 120, euro 12), si chiede a un certo punto se la questione del doppio non sia altro che il riflesso di un meccanismo proiettivo «di spostamento, di scissione interna (le polarità opposte e non conciliabili amico/nemico, buono/ cattivo, odio/amore, eccetera)» con cui «cerchiamo di temere a bada le nostre angosce». Così anche per quanto riguarda la costruzione di capri espiatori, come ha ben spiegato l’antropologo René Girard, vale a dire l’individuazione di persone, gruppi, categorie ai quali finiamo per attribuire ogni sorta di male.

La colpa è degli altri, è il refrain che sempre più spesso sentiamo ripetere, e che anzi noi stessi ci ripetiamo: un abito mentale ormai generalizzato. Colpa dei cinesi per l’epidemia del coronavirus, colpa degli stranieri invasori per la mancanza di lavoro, colpa dei poveri se il nostro modello di vita viene incrinato (tanto da aver fatto nascere addirittura un nuovo termine, “aporofobia”). Ma il saggio in questione punta il dito soprattutto sulla rabbia quotidiana che pervade le nostre esistenze, condita da una maleducazione che assume toni inconsueti, espressione di un punto di vista unilaterale, arrogante e impositivo.

Scrive l’autrice, che è psichiatra e psicoterapeuta: «È nelle nostre relazioni quotidiane che in un clima sempre più offuscato dalla facile offesa e da una fin troppo facile propensione all’accusa, l’inasprirsi dei toni, il ribollire di tensioni e animosità vanno di pari passo col subdolo diffondersi della tendenza ad attribuire sempre a qualcun altro, o più genericamente a fattori esterni, la causa dei propri malumori, fallimenti, sventure o sofferenze, facendone il bersaglio di collere, passeggere o persistenti».

Chi scrive è sempre stato piuttosto allergico agli appelli al bon ton preferendo la logica di Gesù: «Sia il vostro parlare sì sì, no no»; eppure di questi tempi, in cui ci si insulta così facilmente, che siamo al volante o a piedi, infastiditi da una coda o da qualsiasi minimo inconveniente che ci possa capitare, non si può non condividere la sollecitazione a essere bene educati. Già il noto sociologo Norbert Elias in uno studio memorabile del 1939 intitolato La civiltà delle buone maniere (il Mulino 1982) faceva notare come l’affinarsi della responsabilità verso l’altro a partire da piccoli gesti e comportamenti come la cortesia e il rispetto, mettendo al bando atteggiamenti aggressivi e violenti, sia stata una conquista progressiva dell’umanità realizzata attraverso i secoli. Lo spiega bene ancora Nicoletta Gosio: «Facciamo fatica a incrociarci, a stare insieme, spendere un sorriso, compiere un gesto di cortesia – la prima elementare forma di riconoscimento dell’altro – a sostenere una discussione qualunque, ad accettarci. Facciamo fatica ad ammettere mancanze e sconfitte. A sbagliare e causare difficoltà è sempre il prossimo: il vicino di casa, l’amico, il medico, l’insegnante, il politico, o la società intera».

Ma dopo questa ennesima constatazione è il caso di pensare a possibili risposte dinanzi a questo fenomeno che sembra inarrestabile, in particolare sul Web, e che forse solo l’esperienza recente di comunanza dovuta all’emergenza del virus Covid-19 ci ha fatto intuire. La rabbia e la paranoia, quasi sempre segno delle nostre paure, possono essere vinte con due piste di lavoro da seguire: il recupero dell’interiorità e della riflessività da una parte, in modo da vincere la nostra inguaribile tendenza al narcisismo, e il coraggio del pensiero critico, che ci può spingere a nuove intese con l’altro e alla solidarietà. Non a caso il libro di Gosio si chiude con una citazione di Edgar Morin: «La comprensione è la madre della benevolenza».

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