Vita da giocattolo per Gutenberg del 19 giugno, ispirato dal nuovo "Toy Story 5"
Tra cinema, filosofia, teologia e antropologia: il giocattolo come luogo in cui si costruiscono immaginazione, relazione e identità, a partire dal rapporto tra analogico e digitale

Da Toy Story ai giocattoli ritrovati negli insediamenti vichinghi, passando per gli oggetti che prendono vita nelle tradizioni giapponesi: un viaggio tra le cose che accompagnano l’infanzia e continuano a parlarci da adulti. Perché nel gioco impariamo a entrare in relazione con il mondo, con gli altri e soprattutto con noi stessi. Vita da giocattolo nel nuovo Gutenberg, in edicola con Avvenire venerdì 19 giugno 2026. Alessandro Zaccuri prende le mosse da Toy Story 5 per interrogare il rapporto tra immaginazione e tecnologia nella cultura contemporanea. La saga Pixar diventa il punto di osservazione privilegiato per cogliere il passaggio del digitale da semplice innovazione tecnica a forma culturale, evidenziando al tempo stesso la tensione tra il gioco tradizionale e la diffusione dei dispositivi digitali, sempre più presenti nell’esperienza infantile. A questo primo livello si affianca il contributo di Edoardo Castagna, che attraverso esempi che vanno dall’archeologia alle culture antiche, mostra come il giocattolo emerga quale elemento costante e universale dell’esperienza umana, legato a una fase della vita in cui realtà e immaginazione non sono ancora separate e costituiscono un unico spazio di esperienza. Alessandra De Luca analizza più da vicino il nuovo capitolo della saga Pixar: il film mette in scena il confronto tra giocattoli e dispositivi digitali, affrontando temi come la socializzazione mediata dalla tecnologia e l’impatto di questi strumenti sull’esperienza dei bambini e il gioco viene così ridefinito come spazio di relazione e crescita, in cui si misura la possibilità di mantenere viva l’immaginazione in un contesto dominato dagli schermi.
A partire da questa tensione, il monografico si approfondisce con il saggio di Giovanni Cesare Pagazzi, che sposta la riflessione su un piano filosofico e teologico. Le cose, e in particolare i giocattoli, vengono interpretate come mediatori fondamentali dell’esperienza umana: attraverso il contatto con le mani, esse insegnano la relazione con il reale, introducendo fin dall’infanzia alla fiducia, alla resistenza e al limite. In questo quadro, il gioco appare come il momento originario in cui si costruisce il rapporto tra l’uomo e il mondo. Chiude il monografico il contributo di Alessandro Deho', che propone una lettura del gioco come esperienza capace di costruire identità e relazione. Attraverso il riferimento alla narrazione, alla cultura e alla riflessione spirituale, il giocattolo viene interpretato come spazio in cui l’individuo impara a entrare in rapporto con se stesso, con gli altri e con il mondo, fino a configurarsi come soglia di una dimensione ulteriore che coinvolge anche la dimensione religiosa.
Il primo dei Percorsi è dedicato a Umanesimo e Rinascimento: Rosita Copioli presenta il volume Sull’amore di Marsilio Ficino (Fondazione Valla Mondadori), ricostruendo il nucleo della sua riflessione sull’eros come principio che unisce dimensione umana e divina, e indicando nella bellezza una via privilegiata di conoscenza e salvezza; in continuità, Marco Bussagli analizza la mostra "La Maddalena di Piero di Cosimo: arte, storia e vite di donne nel Rinascimento fiorentino" (Roma, Palazzo Venezia), mostrando come l’opera d’arte diventi punto di accesso al contesto culturale e sociale della Firenze rinascimentale, con particolare attenzione alla rappresentazione e al ruolo delle donne. Il percorso successivo è dedicato a Ingeborg Bachmann: da un lato, Gianni Santamaria presenta Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann di Rita Svandrlik (Carocci), mettendo in luce il rapporto tra scrittura ed esistenza e restituendo il profilo di un’intellettuale europea complessa e determinata; dall’altro, Maurizio Cucchi affianca il memoir Gli ultimi giorni di Ingeborg di Fleur Jaeggy (Adelphi) al romanzo Requiem per Fanny Goldmann di Ingeborg Bachmann (Adelphi), costruendo un percorso tra memoria, narrazione e incompiutezza che rilancia l’attualità dell’autrice. Chiude il numero il percorso dedicato a fotografia e architettura: per Giuseppe Frangi la mostra "Aurelio Amendola. Capolavori fotografati" (Milano, Palazzo Reale) diventa occasione per analizzare il rapporto tra sguardo fotografico e spazio costruito; le guglie del Duomo di Milano sono restituite come un paesaggio mentale, in cui luce, forma e visione si intrecciano fino a trasformare l’architettura in esperienza percettiva e simbolica.
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