Medici e pazienti alleati per sostenere il Servizio sanitario
Due indagini (Censis e Istituto Piepoli) analizzano motivazioni e aspettative della relazione di cura. I camici bianchi danno più spazio alla vita familiare, i cittadini mantengono alta la fiducia nei professionisti, meno nelle istituzioni

Due ricerche condotte tra i medici e tra i cittadini hanno approfondito problemi e aspettative, e suggerito soluzioni, per le difficoltà che la sanità italiana e i suoi professionisti affrontano quotidianamente, e che creano spesso insoddisfazione sia nei pazienti sia nel personale che lavora. Le due indagini sono state presentate al recente convegno organizzato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) dal titolo “Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura”. Il rapporto Fnomceo-Censis sulle motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione ha analizzato le risposte di «un panel significativo di 530 medici – ha detto Sara Lena, ricercatrice Area Consumi, mercati e welfare del Censis – che ha coinvolto trasversalmente medici di medicina generale (mmg) e specialisti, delle diverse classi di età, sesso e macroarea geografica». La ricerca dell’Istituto Piepoli ha invece esaminato il rapporto degli italiani con l’intramoenia e le liste d’attesa, attraverso mille interviste telefoniche e tramite web (svolte dal 22 al 26 giugno scorsi) «a un campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne» ha specificato Livio Gigliuto, presidente dell’Istituto Piepoli.
«Negli ultimi anni abbiamo rilevato – ha ricordato Lena – la trasformazione del rapporto degli italiani con il lavoro, che non è più il perno centrale della vita. Spesso è considerato solo uno strumento per ottenere il reddito necessario per vivere e poi dedicare più tempo alle attività considerate soggettivamente più gratificanti». La ricerca ha documentato che questa trasformazione ha coinvolto anche la professione medica «da sempre esempio di dedizione totale nel lavoro»: infatti la prima priorità per la propria vita è risultata la vita privata per il 72,5% degli intervistati (62,7% indica la famiglia, 9,8% il tempo per sé e i propri interessi e hobby) e solo per il 27,5% la professione medica. Ma con una tendenza legata all’età: la professione medica è stata indicata come prioritaria dal 16,2% di chi ha fino a 49 anni, dal 25,2% nella fascia 50-59 anni e dal 35,4% degli over60. E più tra gli uomini (29,9%) che tra le donne (23,1%). Analoga sensazione si ottiene verificando che il 67,7% degli intervistati dichiara che la carriera ha imposto tante rinunce alla vita privata: il 65% di chi ha almeno 60 anni, il 68,1% dei 50-59enni e il 72,1% di non ha più di 49 anni. Significativa la differenza di percezione delle maggiori difficoltà che le donne affrontano nella professione: lo condivide solo il 33,1% degli uomini e ben il 74,2% delle donne; analogamente la necessità per i “camici rosa” di impegnarsi molto più dei colleghi maschi per riuscire nella professione è opinione del 32,3% degli uomini rispetto al 73,1% delle donne.
Tra le motivazioni a diventare medico resta forte la vocazione o passione (57%) e il valore etico del fare del bene (49,1%), seguiti dall’interesse per la scienza (39,2%) e la possibilità di avere relazioni significanti con le persone (25,1%). Anche se le motivazioni attuali a fare il medico sono le stesse dell’inizio per il 55,1% del campione, circa l’80% è soddisfatto del proprio lavoro e il 58,1% consiglierebbe a un giovane di diventare medico: in entrambi i casi la quota è maggiore tra i medici più anziani. Tra gli ideali resta fondamentale il primato della dignità della persona nella cultura e nella pratica medica (il 93% indica che guida decisiva sono i valori del giuramento professionale e del Codice deontologico), mentre rispetto all’Intelligenza artificiale (il 56% l’ha già usata nella sua attività clinica quotidiana) il 44,9% vede i benefici legati alla riduzione dei tempi burocratici e il 34,9% teme il rischio che i pazienti siano convinti di poter dialogare alla pari con i medici: per il 78,3% serve una formazione specifica. Analizzando i dati Francesco Maietta (responsabile Area Consumi, mercati e welfare del Censis), ha invitato a uscire dalla trappola autolesionista per cui la dedizione dei medici maschera i deficit di sistema della sanità e ha sottolineato il valore dell’autonomia dell’atto medico, che deve guardare solo l’interesse del paziente, rifiutando sia razionamenti di risorse, sia l’eccessivo carico burocratico.
«I medici non chiedono privilegi: chiedono – ha detto il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, commentando i dati Censis – di poter continuare a servire il Paese secondo i valori che fondano la medicina, scienza, coscienza, responsabilità, autonomia, umanità. Chiedono che il diritto alla salute sia assunto fino in fondo come promessa costituzionale, non come variabile di bilancio. Perché dove c’è cura, c’è dignità; dove c’è dignità, c’è democrazia. E dove c’è democrazia, c’è la possibilità concreta della pace».
La ricerca dell’Istituto Piepoli ha rilevato che al 59% dei cittadini è capitato (qualche volta, spesso o molto spesso) di rimandare o rinunciare a cure e controlli nel Ssn a causa dei tempi d’attesa, che sono valutati molto negativamente dal 68% degli intervistati. I motivi starebbero in una crescita non proporzionale tra risorse pubbliche per la sanità e invecchiamento demografico e bisogno di cura, mentre l’80% ritiene che il rafforzamento della medicina di base e dei servizi territoriali possa contribuire a ridurre le liste d’attesa. Quanto all’intramoenia (nota all’81% del campione) è stata utilizzata dal 43% dei cittadini: e anche se a ritenere che sia un problema è una quota simile a chi invece pensa che sia una risorsa (30% vs 29%), il 71% è molto o abbastanza d’accordo con l’idea che favorisca chi ha maggiori disponibilità economiche. In generale però, la valutazione complessiva del Ssn spacca a metà la popolazione: il 48% lo giudica molto negativamente, il 52% abbastanza o molto positivamente. E i medici sono quelli che ispirano la maggior fiducia: 72% sia il medico di medicina generale sia quelli ospedalieri del Ssn. In coda la fiducia per ministero della Salute e Regioni (entrambi al 48% sommando molto e abbastanza). «Se vi sembra poco – ha osservato Gigliuto – tenete presente che in altri ambiti la fiducia verso le Istituzioni è più bassa».
Nota a meno della metà degli intervistati (il 44%) è la proposta degli Ordini dei medici di considerare le spese per la salute “investimenti strategici ed escluse dai vincoli del Patto di stabilità europeo” ma ottiene un gradimento piuttosto alto: il 74% è favorevole (per il 48% a condizione che vi siano controlli rigorosi sull’uso delle risorse). Se fosse approvata, la proposta dovrebbe riversare risorse principalmente per la riduzione delle liste d’attesa (38%) e all’assunzione di medici e personale sanitario (34%).
«La cura che è nel titolo del convegno – ha evidenziato Andrea Senna, presidente della Commissione albo odontoiatri (Cao) nazionale – è orgogliosamente custodita dal nostro Codice deontologico, che contiene valori antichi, non vecchi, e per questo eterni». Aggiungendo che «per guidare la professione nel futuro, dobbiamo sapere bene dove sta andando, come sta cambiando la mentalità dei suoi attori, cioè i medici. Comprendere motivazioni, aspettative e prospettive dei professionisti significa riflettere su quale sistema di cura intendiamo costruire per il futuro del nostro Paese».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





