Giulio Boati, lo «strenuo difensore della vita nascente»
Milano piange il fondatore del Centro Aiuto alla Vita Ambrosiano, a lungo suo presidente e instancabile ispiratore di iniziative per difendere e sostenere le mamme con i loro bambini. Il suo “primo amore” fu l’Africa, nell’impegno con il Celim

È morto a Milano Giulio Boati, socio fondatore e a lungo presidente del Centro Aiuto alla Vita Ambrosiano. Ne ha dato notizia l’attuale presidente Giuseppe Del Giudice, che lo ricorda come «strenuo difensore della vita nascente, aperto all’accoglienza e al sostegno dei più deboli promotore e realizzatore di innumerevoli iniziative orientate alla costruzione di una comunità solidale».
«Era una forza – aggiunge –, un uomo dalla fede saldissima che cercava sempre nuove prospettive e nuove strade per garantire alle donne in difficoltà un sostegno e un aiuto, non solamente materiale ma anche relazionale». Del Cav Ambrosiano, Giulio Boati fu socio fondatore e “anima” guidandolo per una ventina di anni.
Quale era la caratteristica peculiare dell’impegno di Boati?
Per delinearlo basta pensare a Casa Letizia, fortemente voluta da Giulio nel 1988, per accogliere le mamme in difficoltà con bambini, evitando che vi fossero ulteriori interventi lesivi della dignità della persona, come l’allontanamento dei figli dalle madri, con un’evidente perdita di relazione e di amore. Ha sempre cercato di realizzare qualcosa che non ci fosse ancora, dando risposte inedite al disagio.
Un suo ricordo personale?
Conoscevo Giulio da quarant’anni, dai tempi del mio servizio civile. Lui collaborava nel Celim, il Centro Laici Italiani per le Missioni – che in queste ore ha pubblicato un ricordo commosso dell’amico scomparso, ndr – perché l’Africa è stato, per così dire, il suo primo amore. Per due anni, insieme alla moglie Silvia, ha fatto volontariato internazionale e una delle prime iniziative che abbiamo realizzato insieme in quel periodo è stata una mostra sulla creatività dei bambini africani, praticamente sui loro giocattoli. Ciò che mi piace ricordare di lui era che ha vissuto, appunto, anche la sua vita come un gioco creativo, ma attraverso una creatività rivolta agli altri che, allo stesso tempo, riempiva con la gioia la sua esistenza, quella della sua famiglia e di chi stava vicino. Proprio con la felicità che può avere un bambino quando crea un giocattolo.
Era un’entusiasta, insomma...
Sì. Mi ha sempre colpito il suo desiderio di realizzare tante cose e soprattutto il credere nella provvidenza. Ogni volta che vi erano difficoltà, magari noi esprimevamo dei dubbi, mettevamo degli ostacoli, ma lui ci diceva sempre di non preoccuparci, perché c’è la provvidenza che aiuta. La sua scomparsa inaspettata, anche se la malattia lo stava spegnendo, è un grande dolore.
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