Tomoko-chan e quelle storie che arrivano da lontano
lunedì 4 dicembre 2023

«Se mi osservo allo specchio vedo storie che arrivano da lontano». Manuela De Leonardis è una giornalista e curatrice indipendente, dallo sguardo autorevole e originale. Dopo una serie di interviste A tu per tu con i grandi fotografi raccolte in quattro volumi (Postcart) e varie pubblicazioni, ora affida a un delizioso pamphlet Fisheye in una bolla (Seipersei, pagine 72, euro 19,00) storie che arrivano da lontano, insieme a una riflessione sulla fotografia e la realtà. Con la consapevolezza che «non c’è realtà che non lasci spazio a un margine d’immaginazione». E che «il confine, soprattutto quando si guarda una fotografia, è ancora più labile». Fisheye è il l’obiettivo grandangolare che «offre una visione reale ma deformata. Uno scenario compresso nell’orizzonte limitato di una bolla». Nell’era della fotografia post digitale, De Leonardis raccoglie in questo libro delle fotografie trovate sfogliando album della sua famiglia o girando a Roma nel mercato di Porta Portese, in un negozio dell’usato di New York, in un rigattiere a Kochi o nel vecchio quartiere di Asakusa a Tokyo. Foto anonime con una storia. Fra realtà e fantasia. Come quella di Tomoko-chan. Una foto e 800 parole che prendo in prestito e riporto qui.

«Tomoko-chan, la mia cara amica giapponese, ha compiuto sessant’anni. Ne ha dieci più di me. L’ultima volta che sono stata in Giappone siamo andate insieme a Kamakura, a pregare per i bambini d’acqua – bambini mai nati – protetti dalle statue di Jizō. Un pensiero, una preghiera sottovoce e due battute di mani per richiamare l’attenzione degli spiriti. Sono passati tanti anni ma Tomoko non dimentica il bambino che ha portato in grembo per nove mesi, nato morto. Aveva venticinque anni ed era sposata da un anno; questo lutto, mai del tutto elaborato, fu la causa della fine del suo matrimonio. Capita che il dolore unisca le persone, ma questo non fu il caso di Tomoko. Un buio fitto era calato sulla sua vita. Aveva la sensazione di vivere come una sonnambula, chiusa in un mondo in cui i suoni arrivavano attutiti, i colori erano opachi e anche il gusto era sciapido. Tomoko era avviluppata nell’apatia, minacciata da una depressione incombente.

La sua àncora di salvezza fu la macchina fotografica, un dono di nozze messo da parte e ritrovato per caso. Attraverso l’obiettivo dell’apparecchio fotografico cominciò a ripercorrere la sua vita. Come in uno specchio, cercava e ritrovava i luoghi in cui era vissuta, la famiglia, gli amici. Guardava all’esterno per sfondare la superficie e scivolare più giù, nel profondo della sua interiorità. Decise di seguire un corso di fotografia, non tanto per imparare la tecnica quanto, piuttosto, per sondare i linguaggi e scoprire tutto quello che era stato già fatto, soprattutto le foto iconiche dei grandi maestri. Ebbe l’intuito di seguire una passione che sarebbe diventata una vera professione.

Diventò fotografa di cibo o Food Photographer, come aveva scritto sui nuovi biglietti da visita. Tomoko-chan amava il cibo e fotografarlo, per lei, era esaltante. All’epoca la sua attenzione era focalizzata solo sulla cucina giapponese. Lei stessa conosceva la tradizione culinaria delle donne della sua famiglia e spesso cucinava da sé i piatti che fotografava, dal più semplice a quello più elaborato. Diceva che per cucinare bene sono indispensabili due cose, gli ingredienti buoni e il feeling. Sì, usava proprio questa parola inglese: il sentimento. Le sue fotografie piacevano ai photo editor perché riusciva a conferire al cibo altre qualità che non fossero legate soltanto alla componente estetica. Il pizzico d’ironia non mancava mai, come pure il doppio senso talvolta spregiudicato.

La svolta arrivò quando il suo capo le propose di fare un servizio fotografico in Italia per raccontare la relazione tra amore, sessualità e cibo. Senza pensarci due volte, Tomoko preparò lo zaino e partì. Era il suo primo viaggio in Europa e dopo uno scalo a Parigi arrivò a Milano; da lì cominciò a girovagare attraversando l’Italia in lungo e in largo. Di quelle sue prime impressioni c’è memoria nelle centinaia e centinaia di scatti. Immagini a colori che inquadrano grappoli di pomodorini del Piennolo del Vesuvio in tutta la loro succulenta sensualità. Le cipolle di Linosa, tagliate a fettine sottili, friggono in una padella che non si vede nell’inquadratura: in primo piano, le piccole sfere di olio bollente sembrano biglie di cristallo. Perfino i fagioli cannellini, fotografati da lei, diventano delle perle preziose appena pescate nel mare della creatività. In Italia Tomoko aveva scoperto anche un lato del suo carattere che non conosceva, la socialità.

Ho conosciuto Tomoko-chan a Roma quando erano già dodici anni che viveva in Italia. Abbiamo trascorso serate intere a raccontarci le nostre storie sentimentali, ridendo fino alle lacrime di cose senza senso. La stimavo per quella sua straordinaria forza di volontà nell’aver deciso di vivere fuori dagli schemi. Niente più mariti, né fidanzati, solo amanti occasionali e tanti amici. Quel senso di libertà e d’indipendenza dal sesso maschile, maturata nel tempo tra delusioni e qualche rimpianto, era l’obiettivo che mi ero posta anch’io.

Quando Tomoko-chan ha deciso di tornare in Giappone, ho sentito subito un grande vuoto. Che fosse una decisione irrevocabile non era ben chiaro neanche a lei. All’inizio ci sentivamo spesso, tra e-mail e messaggi, poi un po’ meno. Era sempre più lontana, rientrata nei ranghi sociali da cui era fuggita. Improvvisamente, l’urgenza era quella di trovare un uomo che si potesse occupare di lei. Era impensabile, infatti, che una donna della sua generazione, nel suo paese, rimanesse da sola. La libertà ha una doppia faccia, questo Tomoko lo sapeva, ma ciò non le impedì di lanciarsi nella nuova avventura di cercare la “persona giusta”. Quindi, non mi ha sorpresa – questo no – quella foto che mi è arrivata per posta in cui posa come una geisha d’altri tempi, seduta accanto al marito che sta in piedi. Il messaggio era felice e gioioso, ma a lasciarmi veramente di sale è stato il suo entusiasmo nell’informarmi che da quel momento in poi il suo cognome sarebbe stato quello del marito. Kanpai! Un brindisi agli sposi».

Una foto e 998 parole. E un brindisi agli sposi.

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