La provocazione salutare di Barbolini sul teatro vivente e non virtuale
sabato 23 aprile 2011
Prendo a pretesto un libro di Roberto Barbolini, I ragazzi irresistibili, in cui l'autore ha raccolto le recensioni teatrali che ha scritto dal 1996 al 2010. Recensioni di una concisione estrema. Microrecensioni a volte di pochissime righe, che possono anche diventare una sola frase, inventata da Barbolini o ricavata dal testo teatrale. Due esempi: «Nel teatro di Marivaux tutti aspirano a possedere un cuore, ma si celano dietro una maschera» (sentenza di valore pressoché universale). Oppure peggio: «Gli italiani non sono un popolo razzista. Semplicemente si odiano fra loro».
Ma la ragione per cui cito questo libro non sono le recensioni. Mi ha colpito la nota introduttiva, anche questa telegrafica. Dice Barbolini: «I ragazzi irresistibili siamo noi, che ci ostiniamo a militare nella critica teatrale: gerontosauri di un mestiere in via di estinzione, almeno in Italia. Dove tutti, dai politici ai direttori di giornali, appena sentono la parola critica mettono mano alla pistola». Bella provocazione anche questa.
Ma il problema vero è l'esistenza stessa del teatro, una delle arti più antiche, coinvolgenti, polimorfe: da cui forse nascono tutte le altre, dalla letteratura alla danza. Il teatro sembra impermeabile a tutte le tele-tecnologie: esige la presenza fisica in quel momento e in quel luogo di attori e spettatori. Il pubblico, scrive Barbolini, «i teatri continua a riempirli. Anche gli spazi scomodi, le sale piccole di periferia: anche quando piove e fa freddo e sarebbe così confortevole starsene a casa a guardare la televisione o a navigare su Internet. Oggi il teatro con la sua carica di realtà fisica, sembra molto più vero della vita virtuale che siamo invitati a vivere». Avere davanti, a poca distanza, alcuni esseri umani fisicamente in scena, nella parte di personaggi inventati (magari secoli prima): essere di fronte a queste presenze reali con la nostra presenza reale, nel momento in cui l'atto artistico avviene, ecco, proprio questo, non può che umanizzare l'umano.
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