sabato 14 settembre 2019
Nel giugno del 2010, chiudendo l'anno sacerdotale, Benedetto XVI nel tornare a chiedere «insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte» negli abusi commessi da sacerdoti e religiosi sui minori, aggiunse qualcosa di molto importante. Due impegni, per essere precisi: «Intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più», disse Papa Benedetto, aggiungendo tuttavia di voler anche pubblicamente «promettere che nell'ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l'autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita». Non solo: perché come il pastore, che «ha bisogno del bastone» per proteggere il suo gregge, anche la Chiesa «deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti... Proprio l'uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. A questo proposito, nello spirito dell'Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, vorrei sottolineare che la chiamata fondamentale, senza la quale le altre non hanno ragion d'essere, è la chiamata alla santità».
Parole inequivocabili, e promesse ineludibili. Che qualche giorno fa, durante il suo viaggio in Africa, Papa Francesco ha richiamato nel suo discorso ai vescovi del Madagascar, ribadendo che «abbiamo un dovere particolare di vicinanza e di protezione verso i poveri, gli emarginati e i piccoli, verso i bambini e le persone più vulnerabili, vittime di sfruttamento e di abusi». E proprio per questo ha raccomandato: «State attenti, non lasciatevi ingannare dalla necessità del numero dei sacerdoti, prendere senza discernimento... Non so, credo che da voi non è tanto comune, ma in alcuni Paesi d'Europa è lamentevole. C'è la mancanza di vocazione e spinge il vescovo a prendere di qua, di là, senza vedere la vita com'era, e prendono i cacciati di altri seminari, i cacciati della vita religiosa. Sono stati cacciati perché immorali o per altre deficienze. Per favore, state attenti: non fate entrare il lupo nel gregge. Dopo la scelta, la formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita consacrata è proprio destinata ad assicurare una maturazione e una purificazione delle intenzioni».
Vigilanza, dunque, sempre e soprattutto. Perché alla fine c'è in gioco il futuro della Chiesa, la sua credibilità, la sua missione. E dunque è necessario non venire mai meno al «dovere urgente di accompagnamento e discernimento – ha detto Francesco – soprattutto per quanto riguarda le vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio, ciò che è fondamentale per garantire l'autenticità di tali vocazioni. La messe è molta e il Signore – non potendo desiderare che autentici operai – non si lascia limitare nei modi di chiamare e di incitare al dono generoso della propria vita».
Tutto questo perché «la formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita consacrata è proprio destinata ad assicurare una maturazione e una purificazione delle intenzioni». Inutile rincorrere i numeri, l'ambizione di riempire i seminari. Perché «la chiamata fondamentale, senza la quale le altre non hanno ragion d'essere, è la chiamata alla santità». Solo questo conta.
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