Ma nelle prose di Luzi più che critici e scrittori rivivono i paesaggi

diĀ Redazione
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June 19, 2014
Non
ĆØ un pregiudizio critico, ĆØ una ricorrente esperienza di lettore: per capire,
apprezzare, riconoscere più intimamente, empiricamente, umanamente un poeta ho
bisogno della sua prosa. La poesia di Mario Luzi, che ho letto e studiato a
vent’anni, mi ĆØ spesso parsa altera e astratta, febbrilmente allusiva o
cosmicamente espansa, dagli esordi ermetici degli anni trenta agli ultimi
vertiginosi poemi. Avrò torto, ma ora nel volume delle sue
>Prose
>(appena uscito da Aragno)
realizzato con la massima cura e competenza da Stefano Verdino, trovo lo
scrittore nel pieno della sua particolare sensibilitĆ  speculativa. Si leggono
qui alcuni eccezionali brevi testi che hanno insieme la densitĆ  percettiva del
poemetto e la luciditĆ  intellettuale del saggio. Ogni poeta ha il suo modo di
passare alla prosa o di emergere dalla prosa. Le prose di Saba, Montale, Bertolucci,
Zanzotto, per non parlare di Leopardi, Heine, Baudelaire, non costeggiano la
loro poesia, la sostengono, la spiegano, la nutrono e a volte arrivano dove la
poesia non arriva. La prosa dei poeti è quasi un genere letterario a sé e sono
pochi i narratori che hanno saputo fare altrettanto: Gadda, Carlo Levi, La Capria,
Parise… Nei ricordi di scrittori che trovo in Luzi c’è sempre qualche dettaglio
illuminante, ma si sente che l’autore ĆØ quasi svogliato, non incontra in loro
niente che lo tocchi profondamente, come avviene invece quando parla di luoghi
e città. Anche nella sua poesia è così: è più ispirato dalle sue meditazioni e
osservazioni solitarie che dagli incontri. Degli esseri umani sembra che gli interessino
più i silenzi che le parole (meglio perciò un ligure taciturno come Montale che
un veneto loquace come Noventa). Più che negli individui, trova l’umano nei
paesaggi e negli spazi abitati, in cui sa leggere o intuire un’intera,
laboriosa, secolare vicenda terrestre: chiese, borghi, palazzi e tutto ciò che
rimane di una civiltƠ italica che riuscƬ a fondere (soprattutto in Toscana) il
rustico e l’urbano, la naturalezza, l’economia e la pura forma, il culto
virginiano della terra e l’illuminazione cristiana.

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