Vivere sotto il terrore della barbarie talebana
Toccante documentario realizzato in tandem dall’afgana Shakiba Adil e dalla finlandese Elina Hirvonen
Giovani russi che hanno lasciato il Paese dopo il febbraio 2022, quando Putin ha invaso l’Ucraina, ora in esilio si sentono smarriti, sospesi, altre volte molto vitali proprio in nome delle contraddizioni da cui si sentono attraversati. Si raccontano alla telecamera di Patric Chiha, il cui Un hiver russe è documentario composito e giustamente dedicato al tema della indefinitezza più che a sconforto e amarezza. Si pensa al futuro, ma senza possedere una grammatica possibile per articolarlo, e lo stato di indefinizione identitaria che questo comporta occupa l’animo di questi giovani avversi a Putin anche più del dolore generato dal pensiero dalla guerra e più della vergogna che a distanza supera la nostalgia di quel che si è lasciato. Il tempo sospeso dell’autoesilio possiede una sua fecondità o quantomeno, più di altre situazioni. Come quella delle giovani afgane che trovano modo di lasciare Kabul, persa ogni speranza di poter vivere una vita di donne libere. “Il giorno in cui sono partita verso l’Europa ho sentito calare su di me un senso di terribile, definitiva solitudine” dice una di loro nel molto toccante documentario realizzato in tandem dall’afgana Shakiba Adil e dalla finlandese Elina Hirvonen The Secret Reading Club of Kabul. Un lavoro tripartito, dove a venire narrate sono le vite di tre giovani donne (una addirittura quindicenne), che dal 2021 vivono sotto il terrore della barbarie talebana, e che ogni giorno, lucidissime e atterrite, hanno ben presente tutta la violenza e lo scempio umano che anche prima di allora quello stesso regime ha imposto al loro amato Paese. Materiale d’archivio mostra la Kabul dei tempi della libertà, la forza collettiva di giovani donne libere che studiavano, insieme imparavano, ridevano, vivevano la città e ne amavano le strade, le musiche, le notti, l’aria. Altro materiale documentario, questo invece girato in agghiaccianti colori, testimonia le uccisioni, le torture, l’immane crudeltà di un regime che spezza e annienta le vite. Le due registe tessono un racconto potenziato dalla forma diario utilizzata: le tre giovani scrivono per sé stesse, e le loro pagine intime si intersecano, messe in dialogo le une con le altre così come le loro riflessioni quando insieme decidono di costruire in assoluto segreto un gruppo di lettura. Leggono e commentano il Diario di Anna Frank, e lo fanno dal vero finché riescono, poi via computer. Questa forma di racconto, dove i soliloqui dei singoli tre diari trovano come dialogare tra di loro attraverso un oggetto “esterno”, un diario di molti anni prima e scritto in circostanze che giudicano molto peggiori della loro, dà molta forza al racconto filmico. La transculturalità del gruppo di lettura rende emotivamente più straziante ancora la condizione di queste giovani donne. Si piange in certe loro conversazioni zoom tra Kabul e Helsinki. E come accade quando un lavoro documentaristico arriva al cuore delle cose, le immagini restano appiccicate addosso. Quelle terribili immagini d’archivio, e le altre di questa narrazione a due mani.
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