Quando il cinema racconta attraverso i silenzi

Il bellissimo viso della giovane Anna Díaz, protagonista di "Ceniza en la boca" del messicano Diego Luna, dice solo da sé moltissimo
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October 14, 2026
Il cinema può raccontare anche attraverso i silenzi, e il bellissimo viso della giovane Anna Díaz, protagonista di Ceniza en la boca del messicano Diego Luna (in concorso per Progressive Cinema, già presentato a Cannes) dice da sé solo moltissimo. Ispirandosi a un racconto della scrittrice Brenda Navarro, Luna ci descrive percorsi costellati di difficoltà e dolori, e lo fa attraverso tre generazioni, distribuendo quei percorsi lungo traiettorie geografiche fatte di andate e ritorni. Il Messico, la Spagna, poi di nuovo il Messico e ancora la Spagna. Per una madre e poi per i suoi figli, la fatica è quella di trovare spazi di vita degna d’esser vissuta, anche solo un poco, ma libera. Quando cammina per Barcellona e per un momento sollevati gli occhi verso il cielo la giovane Lucila (Anna Díaz) vede un enorme divano prelevato da una casa durante un trasloco, quel mobile stagliato contro le nuvole è solo attimo di vero respiro, di autentica possibilità in tutto il film. Breve sollievo lo dice nel silenzio il suo sguardo, gli occhi nerissimi e tristi, gli stessi in cui la voglia di vivere invece pulsa se lei fugge via in cerca di nuove soluzioni, e per pochi istanti felici danza, o ride, o prova ad amare.
La forza di questa storia dura e raccontata senza orpelli resta nei suoi silenzi: silenzi tra Lucila e l’amato fratello, tra Lucila e la madre, silenzio dei lavori che inseguendo la libertà lei trova senza mai riuscire a farli durare, i lavori di una ragazza emigrata, accudire bambini o anziani, per poco, poi di nuovo ogni volta inventare modi nuovi, silenzi meno opprimenti di quelli che dilagano intorno quando il dolore arriva, sconvolge, provoca nuove partenze e nuovi ritorni, vuoti muti eppure assordanti.
Mai si avverte silenzio invece nel notevolissimo lavoro che Alexander Murphy ha dedicato a una famiglia di nomadi irlandesi. Tin Castle è frutto di riprese quotidiane durate cinque anni. Padre e madre con i loro dieci figli si sono fidati dell’occhio attento e rispettoso del regista, di una sua prossimità che mai include forme di giudizio, ma neppure evoca un distacco da antropologo o documentarista. Ritmi molte volte allegri, di gioia, altre di tristezza: e senza che mai niente accada nel silenzio. La campagna d’Irlanda è ripresa nei colori intensi che hanno in sé qualcosa di antico come potrebb’essere per fotografie virate seppia. La famiglia di nomadi da tempo vive senza più luce elettrica in una roulotte scalcagnata che contiene il loro rumorosissimo coabitare, volersi bene trincerati nel loro nucleo a dispetto dell’incalzare di una modernità da tutti loro temuta. Il racconto è corale, nitido e commovente come i suoi colori: più intenso ancora per come il regista mai azzarda una morale, o giudizi, o sintesi. C’è la vita, il chiasso di questi dieci bambini, fratelli e sorelle che strillano, giocano, corrono nel fieno, sognano di sposarsi e a loro volta creare nuove numerose famiglie. Cani e cavalli vivono accanto a loro, fuori dalla roulotte. E le scene con gli animali sono le sole a non fare rumore, se pure il tempo scorrendo risuona, e i cieli alti, quelli anche dicono un’assenza di silenzio che è costante omaggio a molte emozioni.

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