Era notte. E la vita si è svegliata: per sempre
Domenica di Pasqua “Resurrezione del Signore”
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Quando si soffre non si riesce a dormire: ci si rigira nel letto e davanti agli occhi scorrono le immagini che non avremmo mai voluto vedere, le grida, le lacrime, gli ultimi respiri di chi abbiamo amato. Maria non poteva più restare in casa: dopo aver preparato i profumi per quel corpo ormai senza vita, se ne esce chiudendo piano la porta, per non svegliare gli altri. Esce che è ancora buio, ancora notte, per stare un po’ più vicina al suo Gesù. Non c’è ancora luce, tutto è immerso nel silenzio e nel sonno, si sente solo il rumore dei suoi passi, veloci, come se stesse andando ad un appuntamento. Tra le mani stringe un vasetto con il profumo per regalare ancora carezze, per provare a cancellare la morte maleodorante. Cosa ne sa lei di quel che è successo? Come può mai immaginare quel che, in un punto imprecisato di quella stessa notte, è avvenuto? Il suo cuore batte forte, per il dolore, per quella pena del “mai più” che la morte incide nella carne di chi resta.
Che ne sa lei che quella notte il buio si è squarciato silenziosamente, come può mai immaginarlo? Un sogno, solo un sogno può essere quel sepolcro aperto, da stropicciarsi gli occhi per guardare meglio, per verificare che non si tratti di un inganno della stanchezza, di un abbaglio delle lacrime. Bisogna chiamare gli altri, bisogna avvisarli che il Signore non è più lì, chiuso nella tomba. Corri Maria, corri da Pietro e da Giovanni, dì loro che forse qualcuno ha rubato il corpo di Gesù: un altro oltraggio, un altro dolore da sommare a quello della morte. E poi con loro ritorna a quel sepolcro, di corsa, in questo mattino che nel frattempo si rischiara. Il fiato quasi si spezza, il cuore batte precipitoso. Lasciamo che siano loro ad entrare, a cercare di capire. Si affaccia Giovanni, entra Pietro: i simboli di morte, i teli ed il sudario, se ne stanno là, inutili ormai. Tutto in un attimo, un’intuizione, un ricordo folgorante: vedere e credere coincidono, si fa vera e reale quella promessa. E ora il cammino verso casa è diventato leggero: saltano di gioia quei ragazzi, le bocche spalancate in grandi sorrisi. Cantano anche gli uccelli: la vita si è svegliata. Per sempre.
(Letture: At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 oppure 1Cor 5,6b-8; Gv 20,1-9)
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