Abbastanza stanchi per lasciarsi amare

XIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
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July 2, 2026
In quel tempo, Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
C’è una sapienza nascosta, come la linfa nel tronco, una sapienza che non nasce da studi, lauree, dottorati, da poteri esibiti e imposti, ma nasce piuttosto dalla consapevolezza della propria vulnerabilità e fragilità, dalla coscienza della propria stanchezza. Solo “piccoli“ ha davanti Gesù quando pronuncia queste parole, solo un misero gruppetto di discepoli che non sono scappati, uno striminzito numero di poveracci che sono rimasti ad ascoltare le sue parole, a guardarlo negli occhi, per lasciarsi infiammare il cuore. Lo aveva già detto: «Beati voi». «Guai» invece a chi pensa che la vita possa essere posseduta, controllata, spiegata. «Guai» a chi si illude che umiliando, alzando la voce per imporre il proprio pensiero, occupando i primi posti, abbia raggiunto il suo obiettivo, abbia capito il senso della vita. Anche costui, prima o poi, sarà stanco, anche costui dovrà fare i conti con una debolezza spremuta dalla fatica di mostrarsi perfetto e invincibile. Dio non ama i perfetti: ai suoi occhi hanno valore coloro che cadono, che si confondono, piegati dallo sforzo di andare avanti senza sapere come, distrutti dall’incertezza del domani. Sono loro i “sapienti”, sono gli uomini e le donne vere, coloro che si sentono soffocati da pesi troppo opprimenti per le loro deboli spalle. Disorientati, schiacciati, respinti, spezzati. A tutti questi Gesù dice: «Venite, sporchi, sudati, affranti, così come siete. Venite, senza maschere, senza finzioni; io curerò le vostre ferite, verserò acqua sulle vostre labbra riarse, vi porterò sulle mie spalle, come quella pecorella sperduta. Venite a me, tutti voi che siete stanchi abbastanza da lasciarsi amare. Datemi i vostri pesi, tutto ciò che vi opprime, vi schiaccia, e in cambio vi darò la mia leggerezza, la leggerezza del sentirsi amati. Incondizionatamente e senza ragione». Il giogo che scambia con noi è l’altro modo di vedere la vita, l’altro modo di vedere Dio: «Tu, Dio dell’orfano e della vedova, tu Dio dei frammenti, tu hai compassione del non intero, dei pezzi di pane avanzati» (A. Casati). Ha un peso diverso la vita quando si è così miti da non aver bisogno di schiacciare nessuno, quando si è così umili da rinunciare alla fatica di imporre sé stessi. Si è così liberi e leggeri.
(Letture: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30)

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