Ombre sulla legge elettorale. Ma era proprio necessaria?
Dal premio ai meccanismi di designazione dei candidati fino al ruolo degli elettori: resta aperto il confronto sulla qualità della rappresentanza

Un passaggio della scorsa rubrica, in cui auspicavo un dibattito pubblico fondato su dati di verità che comporti, tra l’altro, “una legge elettorale non truffaldina, ma sincera”, ha indotto alcuni lettori a chiedermi di approfondire lo spunto, tenuto anche conto dell’imminente votazione conclusiva alla Camera dei deputati sulla nuova legge elettorale politica, prevista per la prossima settimana. Ieri l’Aula ha, secondo le previsioni, respinto a maggioranza le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni e il relativo dibattito ha confermato sia le molte ombre sul contenuto di tale legge, sia la distanza culturale tra le forze in campo sul significato e sul ruolo di una legge elettorale in una democrazia parlamentare.
Sul primo punto, nonostante i molteplici tentativi di adeguare il testo agli esiti della giurisprudenza costituzionale in materia, rimangono tre principali nodi problematici: 1) un premio in seggi fisso, volto non semplicemente a dare ossigeno a una futura maggioranza, ma a permetterle di avvicinarsi pericolosamente alle maggioranze cosiddette di garanzia, quando cioè si vota per costituire organi o procedure il cui compito è di assicurare il pluralismo politico-culturale; 2) l’obbligo di indicare nel programma il candidato che la coalizione proporrà per la nomina a Presidente del Consiglio dei ministri, con conseguente forzatura, attraverso una legge ordinaria, della forma di governo parlamentare disegnata nella Costituzione; 3) la netta prevalenza della scelta dei candidati da parte dei leader di partito rispetto alle indicazioni degli elettori (nonostante venga enfatizzato il “ritorno” delle preferenze, la grande maggioranza degli eletti sarà, una volta scattato il premio, frutto di “nomina” piuttosto che di elezione in senso stretto), cui si collega un sistema anomalo e di dubbia ragionevolezza di soglie e sogliette diversamente rilevanti per l’ottenimento del premio o la distribuzione dei seggi.
Sono nodi che, al di là dei loro profili tecnici, meno comprensibili per i non addetti ai lavori, hanno risvolti politico-culturali importanti: vogliamo svoltare verso una “democrazia dei capi” o vogliamo rafforzare quella partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese che l’art. 3, comma 2, Cost. indica come obiettivo complessivo della Repubblica? Ai giorni nostri, già la partecipazione attraverso la discussione argomentata è sovente sostituita dal “tifo” e al corretto confronto si sostituisce troppo spesso l'invettiva boriosa, mentre la guerra delle parole prende il posto della pace disarmante di un dialogo fondato sulla realtà dei valori e degli interessi e non sullo sbandieramento di false asserzioni e di argomenti capziosi. Era necessario cambiare la legge vigente? C’è chi risponde sì, perché così si eviterebbe un “pareggio” alle prossime elezioni, che renderebbe più complicato dare vita a una maggioranza e a un governo. Ma siamo sicuri che serva scavare ancora di più un fossato tra proposte politiche invece di favorire un maggior dialogo tra esse, una riduzione (è il secondo punto) della distanza culturale tra di esse? E ancora: durata di un governo e stabilità della sua azione a favore della collettività non coincidono, l’abbiamo capito da tempo (lo ricorda anche un articolo di oggi su “Le Monde”, dedicato all’Italia). Spetta ora ai parlamentari, e domani agli elettori, rispondere a queste domande.
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