“Patto” tra sette Paesi (anche l'Italia) per la sicurezza nello Stretto di Hormuz

di Marco Iasevoli, inviato a Bruxelles
Condanna per gli attacchi di Teheran, si chiede «un'immediata e completa moratoria» delle minacce agli impianti energetici
March 19, 2026
Il saluto a Bruxelles tra Meloni e Merz
Il saluto a Bruxelles tra Meloni e Merz/ ANSA
Quello che Bruxelles fa fatica a dire, si incarica di anticiparlo Londra. Sullo Stretto di Hormuz è in corso un parziale cambio di linea da parte dei leader europei, ma in cosa consista non lo dice il Consiglio Europeo consumatosi oggi, bensì il primo ministro britannico Keir Starmer, a capo di un Paese che dall’Ue ha deciso di uscire. È lui, Starmer, ad annunciare la dichiarazione congiunta di sette Paesi, Italia compresa, in cui si offre la «disponibilità» a lavorare per il «passaggio sicuro» dei mercantili nello Stretto. Una parziale retromarcia rispetto al «no» al coinvolgimento che nei giorni scorsi ha fatto infuriare Donald Trump. Che viene accolta da Teheran come una sfida: gli alleati degli Stati Uniti che aiutano Washington a riaprire lo Stretto di Hormuz si renderebbero «complici dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori».
La dichiarazione dei sette Paesi è preceduta da una escalation di pronunciamenti. Inizia il francese Emmanuel Macron di buon mattino, definendo «sconsiderati» gli attacchi alle infrastrutture energetiche. Poi lo stesso presidente transalpino è coinvolto in uno statement a tre con Starmer e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla «sicurezza a Hormuz». E ancora: ieri al vertice di Bruxelles ha partecipato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, e le sue parole, pronunciate di fianco al presidente del Consiglio Europeo,Antonio Costa, rappresentano un altro step: «È ora di chiudere questa guerra, lo Stretto di Hormuz deve riaprire», dice a Usa, Israele e Iran. Insomma è come un’onda che cresce, che porta in una sola direzione, ma tocca a Starmer togliere i colleghi europei dall’imbarazzo di dire cose diverse da quelle affermate sino a poche ore fa. Londra dunque a ora di pranzo annuncia il “patto” tra sei Paesi - Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi e Giappone - e poco dopo le cancellerie coinvolte, Roma compresa, pubblicano il testo integrale. In serata si aggiunge la settima Nazione, il Canada.
«Condanniamo con la massima fermezza - è l’incipit dei leader - i recenti attacchi dell’Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto. Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», quella su cui Russia e Cina si sono astenute e che potrebbe essere il punto di partenza per iniziative multilaterali “giustificabili”.
I sei leader si mostrano preoccupati per una possibile carestia: «Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, in particolare sui più vulnerabili. In linea con la Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - ribadiscono a mo’ di ulimatum -, sottolineiamo che tale interferenza con la navigazione internazionale e l’interruzione delle catene di approvvigionamento energetico globali costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. A questo proposito, chiediamo un’immediata e completa moratoria sugli attacchi contro infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas».
Ma il punto decisivo è alla fine: «Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle Nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria. Ci impegneremo inoltre a fornire supporto alle Nazioni più colpite, anche attraverso le Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali». Palese il tentativo di siglare una tregua con Donald Trump, che ieri ha ricevuto proprio la premier giapponese Sanae Takaichi. Per gli Usa e per Israele nessun “rimprovero” dai sei Paesi, salvo la generica esortazione a «tutti gli Stati» a «rispettare il diritto internazionale».
Per il Governo italiano l’adesione al “patto per Hormuz”, definito da alcuni media un vero e proprio piano d’azione, diventa lungo la giornata di difficile gestione. Le opposizioni, con M5s e Giuseppe Conte in testa, attaccano: «Ci trascinano nella guerra». Non proprio un buon argomento a ormai 48 ore dal referendum. Perciò il ministro degli Esteri Antonio Tajani, e il titolare della Difesa Guido Crosetto, sono costretti a una lunga catena di precisazioni. «È un documento politico, non militare», dice Tajani. Riprende Crosetto: «Ho letto interpretazioni totalmente errate sul documento. Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso ad Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa multilaterale estesa. Siamo consapevoli però dell’importanza per tutti di lavorare per la riapertura in sicurezza di Hormuz e riteniamo che sia giusto ed opportuno che siano le Nazioni Unite ad offrire la cornice giuridica».

© RIPRODUZIONE RISERVATA