mercoledì 24 agosto 2011
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Silvio Berlusconi è stato costretto a ricordare polemicamente «all’amico Umberto Bossi» che «l’Italia c’è e ci sarà sempre». Era una risposta dovuta, che punta a bloccare le intemperanze del capo leghista, che, in un situazione di evidente difficoltà del Paese, oscilla paurosamente tra fasi di responsabilità e momenti di esaltazione di un’identità «padana» intesa come una sorta di rifugio ancestrale. La prima parte del ragionamento di Bossi, quella che non vede un futuro per quello che chiama «il sistema italiano», purtroppo non è infondata. Che non si possa andare avanti così, con un’economia duale che perde produttività e fatica terribilmente ad avviare una ripresa (che nel frattempo si è fermata in modo repentino anche in Germania sottolineando il carattere almeno continentale del problema) è chiaro a tutti. Lo dice, in positivo, Giorgio Napolitano, quando chiede una svolta che riduca le differenze e le distanze, quindi non ci sarebbe niente di scandaloso nella declinazione in negativo della stessa considerazione. L’errore, invece, è quello di non capire che l’Italia esce dalla sua crisi solo se è più unita, non meno.L’idea che «se l’Italia cala, la Padania cresce» è assurda in sé. Purtroppo non è una assurdità isolata. In momenti di crisi generale si accentano le spinte isolazioniste e separatiste. Sui giornali tedeschi si legge sempre più spesso che la Germania si deve salvare da sola, abbandonando la zavorra europea, soprattutto dell’Europa mediterranea. In Spagna i partiti che esprimono le minoranze linguistiche, soprattutto quella basca e catalana, che pure sono formazioni moderate, si stanno convertendo al separatismo duro e puro, che, almeno in Catalogna, non era contemplato nei programmi originari improntati solo a un autonomismo assai accentuato. Lo stesso accade in Scozia e in Bretagna, solo per citare i casi più noti. Il fatto che una tendenza sia diffusa, naturalmente, non significa che sia destinata a ottenere successo. In Italia e altrove, l’unità nazionale, che va sempre riconfermata e ricostruita in pur mutevoli situazioni, è un valore permanente, così come quella europea. C’è da sperare, insomma, che queste più recenti e irricevibili esasperazioni leghiste siano connesse, com’è già accaduto in passato, a esigenze politiche immediate, che esprimano soltanto una spinta identitaria considerata tatticamente utile per rinsaldare il consenso dei militanti chiamati ad affrontare l’impopolarità di scelte difficili. Ciò non toglie che un disastro dell’Italia porterebbe con sé effetti tremendi anche per le popolazioni settentrionali, che quindi sono coscienti, nella loro stragrande maggioranza, dell’esigenza di coesione e di stabilità, e che non sognano affatto traumatiche secessioni. Anche Bossi dovrebbe averlo ormai capito.Si può comprendere la difficoltà di un movimento federalista a base largamente popolare che si trova di fronte all’esigenza di tagli indispensabili e dolorosi, che intervengono in modo particolarmente severo sulle rappresentanze locali. Si tratta però di problemi che tutti debbono affrontare con realismo e responsabilità, senza fughe in un immaginario paese del Bengodi padano, le cui “meravigliose sorti e progressive” sarebbero bloccate solo dalla schiavitù “romana”. Illudersi e illudere non è mai una buon politica, neppure nei tempi delle vacche grasse, diventa addirittura un pericolo in una fase tanto critica come quella che l’Europa, l’Italia, comprese le sue regioni settentrionali, stanno vivendo e dalla quale potranno uscire solo con più unità e più solidarietà.
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