domenica 6 febbraio 2011
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Caro direttore,mi sembra fuorviante usare il termine «cristianofobia» come il corrispettivo cristiano di «islamofobia». Per islamofobia, si indica l’atteggiamento di chi, a torto o a ragione, «teme», «ha paura» dell’islam o dei movimenti islamici più fondamentalisti, di solito a causa degli episodi violenti come sono gli attentati kamikaze, l’abbattimento delle torri a New York ecc. Non sto giustificando questo atteggiamento, ma è chiaro che sotto c’è una «paura» o «fobia», in questo caso intesa nel suo corretto significato. Utilizzare il termine «cristianofobia» per episodi in cui vengono perseguitati i cristiani, incendiate le chiese, minacciati i fedeli e costretti a cambiare Paese, non ha senso. In Pakistan, in India, in Iraq, in Egitto, quelli che attaccano i cristiani non ne hanno per nulla «paura», non li temono, solamente li perseguitano per i più diversi motivi, non ci sono «martiri kamikaze» cristiani da temere, i martiri cristiani al massimo muoiono dando la vita per gli altri. E le cause di queste persecuzioni non hanno mai nulla a che vedere con fatti o comportamenti dei cristiani perseguitati (a meno che si possa considerare criminale chi, come Asia Bibi, offre dell’acqua a due persone che gliela chiedono). Le varie leggi discriminatorie verso i cristiani in Paesi a maggioranza islamica o in India sono solo assurde discriminazioni, non c’entra nulla la «fobia». Se non troviamo un termine migliore chiamiamole «persecuzioni», senza tirare in ballo assonanze con atteggiamenti diametralmente opposti.

Valter Bulanti

Capisco lo spirito della sua messa a punto, caro signor Bulanti. E soprattutto ne condivido l’intenzione, che giudico nobile. Ma parole dense di sofferenza come «cristianofobia» non nascono per caso o per imitazione. Lei si concentra sul significato di «fobia», paura. E ne contesta l’uso nel caso dei cristiani, ricordando che non martirizzano gli altri proclamando se stessi martiri, ma a imitazione di Gesù osano offrire – in molti modi, e persino col supremo sacrificio della vita – se stessi per gli altri... Vero. Ma bisogna intendersi sul senso del richiamo alla «fobia», alla paura. Per questo mi pare importante e utile ricordarle a mia volta che le persecuzioni, soprattutto quelle per motivi etnici e religiosi, hanno sempre per padre l’odio e per madre la paura. Ogni aspra intolleranza è la proiezione di una qualche presunzione di superiorità colma di timore. E le discriminazioni sono disumani steccati alzati da arroganti pavidi. Ci pensi. Pensi a quanta sprezzante e interessata "paura dell’altro" c’era nella follia nazista che ha prodotto l’immane tragedia della Shoah ebraica e il Divoramento di rom e sinti. Pensi a quanta ce n’era nel feroce sterminio degli armeni che intrise di sangue il tramonto dell’Impero ottomanno e l’alba della Turchia moderna. Pensi allo sterminio dimenticato di milioni di congolesi sotto Leopoldo II del Belgio, avvio di un dramma che ancora non conosce fine e si nutre di spietati razzismi tribali. E pensi che in tante parti del mondo e persino nella nostra Europa – dove la "paura delle radici" produce insultante evasività e arriva sino alla rimozione di parole, valori e spazi di libertà – ci sia una «fobia» verso i cristiani è, purtroppo, un fatto. Non è uno slogan o un’assonanza. Capire, caro amico, dove abita la paura, riconoscerla, denunciarla, chiamarla per nome al cospetto del mondo, è il passo necessario per sconfiggerla.
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