La verità su ciò che amiamo in una notte di crepacuore
sabato 8 dicembre 2018

Della tragedia di Corinaldo, 4.900 anime nelle colline marchigiane, sul web c’è tutto. C’è la notte in discoteca, prima che tutto accadesse: fasci di laser, calca di giovanissimi, braccia levate sopra le teste, a battere ossessivamente il ritmo. C’è, ripreso da un cellulare, il panico dei ragazzi che disperati si travolgono, cercando un’uscita. E poi le luci blu delle Volanti, a illuminare il locale abbandonato. Manca solo una cosa, nella cronaca in tempo reale del web: mancano le ore d’angoscia dei genitori di quei, sembra, oltre millequattrocento ragazzi, molti di 14 o 15 anni appena. (Leggi la cronaca)

Tremila madri e padri che per ore, nel fondo della notte, attaccati al cellulare hanno cercato di mettersi in contatto con un figlio che non trovavano più. I telefoni persi nella calca, o irraggiungibili per la eccessiva mole di traffico; o, peggio, accesi: ma, nessuna risposta. Per tremila italiani, una notte da crepacuore.

Poco dopo l’una, i primi telefoni suonano nelle case. Quel sussulto aspro che genera uno squillo inaspettato, nel sonno. È successo qualcosa al "Lanterna azzurra", fra parenti e compagni dei figli la voce si sparge. Che cosa esattamente, chi è ferito, quanti, non si sa ancora. E si comincia a chiamare. Niente. Come non ci fosse campo. Poi: «La persona cercata potrebbe avere il cellulare spento o non raggiungibile», asettica litania ascoltata tre, quattro, otto volte. Risponde invece un amico del figlio, sa dire solo che è stato un disastro, che ci sono feriti, e, no, non sa dov’è Lorenzo, dov’è Anna.

Prendere l’auto allora, trafelati, il cappotto sulla giacca del pigiama, e correre verso quel paesino di cui non si ricorda bene la strada, alla luce dei fari che illuminano le curve prese troppo velocemente. Ma, avvicinandosi, dal traffico bloccato, dalle sirene, sapere che qualcosa di grave è successo. (Al cellulare Luca, Paola, Elena ancora non rispondono).

Oppure, essere fra quelli che i figli erano andati ad aspettarli fuori dal locale: come rincasi alle tre di notte, a 14 anni, altrimenti? E d’improvviso aver sentito urla di terrore, e visto i ragazzi proiettarsi fuori da una piccola porta, in un’inestricabile calca. (Qualcuno forse, di quei poco più che bambini, d’istinto grida "mamma!") E correre, e nel buio affannati cercare, ancora chiamare. «Il cellulare della persona cercata potrebbe...». Qualche madre si mette a piangere. Promettere qualsiasi cosa a Dio, purché torni. Giurare: qualsiasi cosa.

Poi, nel via vai della ambulanze, nel suono lacerante delle sirene, finalmente uno squillo: una grazia. «Sono io, sto bene». Il cuore che, come un motore andato troppo su di giri, si impenna ancora, e poi, finalmente, rallenta.
Ma è l’alba ormai, e qualcuno continua a cercare fra le corsie dell’ospedale di Ancona. A questo piano no, provi di sopra, provi in rianimazione. Qui no, qui nemmeno. «Ha 14 anni», ripetere a chi ti ascolta. Come a convincersi, disperatamente: a 14 anni, non si può morire.

Tornano a casa che è ormai mattina, i salvi: nei sedili di dietro, abbracciati dalla madre, che se li stringe come quando erano piccoli – come non volesse più lasciarli andare. Avendo però saputo in una notte di crepacuore che ciò che più amiamo al mondo non è nostro: che nessun figlio ci appartiene.

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