I confini davvero a rischio sono quelli dei valori
sabato 13 luglio 2019

La prima impressione è quella di un Paese a un passo dalla guerra, sottoposto a minacce esterne gravissime. Il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal ministro Salvini ha sfornato l’idea di schierare la Marina militare e la Guardia di Finanza per «blindare i porti» italiani, ma in realtà per contrastare gli sbarchi spontanei dalle coste africane, di rafforzare la sorveglianza dei mari ricorrendo a radar e aerei militari, di rilanciare per l’ennesima volta gli accordi con la Tunisia per il controllo delle partenze e per i rimpatri: ossia di finanziare un governo nordafricano affinché s’impegni maggiormente nell’ingrato compito di guardia di frontiera esterna. Surreale suona poi la decisione di regalare altre dieci motovedette alla Libia in guerra, quando anche si è dovuto riconoscere che i porti di quel Paese non sono sicuri: a che cosa serviranno, se non a riportare indietro verso le sue coste persone in cerca di asilo?

Ammesso che sia mai esistita un’'emergenza sbarchi', parte essenziale della retorica nazional-populista dell’'invasione', consideriamo i dati per comprendere se qualche ragione obiettiva possa giustificare l’attuale chiamata alle armi in difesa dei confini marittimi del nostro Paese. Tra gennaio e giugno 2019 sono arrivati via mare in Europa circa 36 mila migranti contro circa 48 mila nello stesso periodo del 2018 (ecco la fonte ). Dunque nel complesso il fenomeno è in calo. I governi della Ue, grazie ai controversi accordi con Turchia, Niger e Libia, sono riusciti a ridurre drasticamente le partenze e a sfuggire ai loro obblighi umanitari. Per di più l’Italia ne è coinvolta ormai solo marginalmente. In testa alla classifica è tornata la Grecia, con oltre 18.000 arrivi nel primo semestre di quest’anno, seguita dalla Spagna con circa 13.000. L’Italia ne ha registrati 2.769, contro un migliaio della piccola Malta così spesso presa a bersaglio.

Tre riflessioni s’impongono. La nuova enfasi sui confini non ha basi obiettive: è simbolica ed emotiva, oltre che selettiva. Non riguarda né i migranti dall’Est europeo, né i diportisti di ogni nazionalità che accedono ai porti come turisti. Trasforma piccoli numeri di persone in stato di necessità in minacce esiziali per la sicurezza nazionale e l’ordine sociale. Assomiglia a quanto avviene negli Stati Uniti di Trump: il presidente vuole ricorrere a una misura di emergenza e quindi ai fondi del Pentagono per completare il muro, mentre due immigrati irregolari su tre arrivano negli Stati Uniti per altre strade.

In secondo luogo, l’insistenza sull’industria delle migrazioni, ossia sui vari attori legali e illegali che lucrano su chi dal Sud del mondo chiede di attraversare delle frontiere in teoria inaccessibili, tende a far dimenticare i robusti interessi che si muovono alle spalle del fronte opposto, quello dell’industria del controllo delle migrazioni: produzione di tecnologie sempre più sofisticate di identificazione delle persone, investimenti in radar, droni, aerei e altri strumenti per il controllo dei punti di transito, riconversione di tecnologie e apparati militari a scopi di sorveglianza delle frontiere, dispiegamento di forze militari per compiti impropri di polizia. Produzione e vendita di motovedette, viene da aggiungere. In terzo luogo si profila una battaglia culturale decisiva per l’identità, i valori- guida, il futuro stesso della nostra civiltà. Un passo dopo l’altro le persone in cerca di scampo vengono sempre più identificate come pericolosi invasori, come nemici della nazione. Chi li soccorre viene criminalizzato, perseguito dalla giustizia, esecrato sui social media (e non solo) per aver collaborato alla violazione dei sacri confini della patria. Accoglienza, solidarietà, diritti umani sono diventati disvalori per il pensiero politico prevalente. Si vorrebbe mettere a tacere persino il Papa, che ha ricordato ancora una volta, e secondo un insegnamento costante del magistero cattolico, che «per Dio nessuno è straniero». Con ogni evidenza, non si tratta soltanto di accogliere dei profughi, ma di definire i valori su cui intendiamo fondare la nostra convivenza e il nostro futuro.

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