mercoledì 11 giugno 2014
Una lucida e coraggiosa analisi della crisi che attanaglia ormai da diversi anni l’Eritrea, con la determinazione di difendere i diritti di un popolo oppresso. Sono questi i tratti salienti della lettera pastorale che l’episcopato locale ha indirizzato, in questi giorni, ai propri fedeli, con l’intento di dare voce a una nazione relegata nei bassifondi della storia contemporanea. Le tragedie del mare, che interessano particolarmente le coste italiane, come anche più in generale, la fuga in massa dal Paese africano di un numero incalcolabile di cittadini, hanno delle ragioni rispetto alle quali è necessario che la comunità internazionale, e in particolare l’Europa, si interroghino seriamente, chiedendone ragione al governo di Asmara. Non si tratta, infatti, di una fatalità del destino o di un fenomeno migratorio dettato dalla "convenienza" di chi è in cerca di avventure.«Chi riveste ruoli di responsabilità – scrivono i vescovi eritrei – ha l’obbligo di porsi un quesito pungente dettato dalla lungimiranza e dal buon senso: piuttosto che condannare i nostri giovani al gioco degli sfruttatori e dei trafficanti di essere umani, non è meglio individuare vie e strategie per uscire da questa assurda situazione di "non pace e di non guerra" in cui versa il Paese?». In sostanza, non è lecito stare alla finestra indifferenti (o complici) a guardare tanta umanità dolente, risucchiata dalle tempeste di sabbia nel deserto o affogata nel cimitero liquido del Mediterraneo. A questo proposito, i vescovi offrono un quadro agghiacciante delle condizioni del popolo che servono come pastori: povertà, malattie endemiche (a cominciare dall’Aids), ma soprattutto un deficit di partecipazione per cui l’esclusione sociale sta determinando una vera implosione del sistema-Paese. Non solo: «Un potere pubblico non più al servizio del bene comune, ma strumento di accaparramento di interessi privati o di parte, l’individualismo, il favoritismo, la corruzione... sono segni di un’incipiente, o forse avanzata, emergenza morale». Per non parlare della «mancanza del dialogo, dell’ascolto reciproco, dell’interessamento vicendevole», atteggiamenti che stanno acuendo «le differenze e restringendo gli spazi per una duratura soluzione dei problemi».Mai, prima d’ora, in Eritrea, qualcuno aveva avuto l’ardire di parlare con franchezza, stigmatizzando le manchevolezze del regime. D’altronde, l’Eritrea è la nazione africana con la peggiore situazione per quanto concerne il rispetto dell’agenda dei diritti umani. L’attuale governo, sotto la guida del presidente Isaias Afewerki , ha trasformato il Paese in una sorta di "Sparta africana", in cui la famiglia tradizionale è stata disgregata, imponendo «un servizio militare senza limiti di tempo e senza retribuzione», o la reclusione forzata «di molti giovani nelle prigioni e nei centri di rieducazione». Di fronte a questo scenario a dir poco inquietante, i vescovi sono sinceramente preoccupati per «le ferite morali e spirituali che affliggono la società eritrea». Una cosa è certa: l’episcopato eritreo non solo ha offerto una straordinaria lezione di come il Concilio Vaticano II possa essere messo in pratica, coniugando la Parola di Dio con i segni dei tempi, ma ha avuto il coraggio di osare, secondo lo spirito della parresia, così come viene enunciata da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. È bene rammentare che l’ultimo capitolo della sua recente esortazione apostolica è dedicato agli «evangelizzatori con Spirito», che «infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia, a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente».
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