Dal sogno olimpico alle banlieue una nuova prova del fuoco
martedì 4 luglio 2023

L’estate, per una volta, era cominciata in Francia nel segno d’un fuoco amico. Anzi, il fuoco più ambito per una nazione proiettata sul palco mondiale. Sì, proprio con l’annuncio del percorso che coprirà la fiaccola diretta ai Giochi del 2024, esattamente un secolo dopo l’ultima edizione parigina. In vista, da Olimpia alla Ville Lumière, tutta una splendente staffetta di tedofori attorno a quel fuoco intriso di gloria e nobili aspirazioni. Tutto un dialogo simbolico fra le due culle olimpiche, grazie alla riscoperta moderna di quel Pierre de Coubertin dal genio tutto transalpino.

Ma dalla scorsa settimana, un fuoco ben diverso, terrificante e divisivo, si è impadronito della scena, quello delle rivolte notturne in nome del 17enne Nahel, ammazzato a freddo da un poliziotto davanti a testimoni. Come in un incantesimo fiabesco, un completo ribaltamento fra fuochi di segno opposto. Ma che, a ben guardare, tanto dicono, entrambi, sul presente e sul futuro della fiera nazione alle nostre frontiere. Da una parte, la Francia della grandeur, spinta sempre verso l’alto e verso nuove mete brillanti. La Francia che prepara da anni, per l’arrivo di quel fuoco associato alla pace, una cerimonia olimpica d’apertura del tutto inedita, fluviale e mozzafiato. Dall’altra, i roghi legati al risentimento covato nei 1.500 «quartieri prioritari» periferici feriti ogni giorno da disoccupazione cronica, povertà, spaccio, pregiudizi.

La Francia multietnica con cui i sindaci tentano ora di riannodare un dialogo, sentendosi rispondere al mattino, da adolescenti smaliziati: «Monsieur, se non lo facciamo, non ci ascolta nessuno». Così, il Paese prospero, ambizioso e bello pilotato dall’arrembante Emmanuel Macron, il Paese tornato appetibile per gli investimenti del mondo intero e che ama en passant dare lezioni ai vicini europei, scruta e teme le fiamme appiccate da chi cresce nelle squallide cités. Oltralpe, la dicotomia non è affatto nuova, certo. Ma l’attualità la offre, questa volta, con una limpidezza più bruciante che mai, verrebbe da dire. A segno di una vera prova del fuoco ancor più dura d’una maratona. «Coesione sociale», ha invocato la premier Elisabeth Borne, con un nodo in gola, davanti a nuove devastazioni. Perché pure e forse soprattutto di un’unità da ricostruire e nutrire, in effetti, parlano quei roghi. La Francia ama celebrare l’uguaglianza.

Ma intanto lascia interi quartieri o contrade senza medici o farmacie. La Francia canta la libertà. Ma comincia ad ammettere le frustrazioni dei giovani sottoposti agli algoritmi opachi del cervellone elettronico centralizzato Parcoursup, appostato come un falco al crocevia verso gli studi superiori. La Francia invoca la fratellanza. Ma intanto, riceve nuovi rapporti internazionali allarmati sulle sue prigioni, i metodi della sua polizia, l’accoglienza dei migranti. Si sa, l’aspirazione ai più alti ideali ha spinto la Francia lontano, schiudendo orizzonti anche ad altre nazioni.

Ma oggi, fra i francesi delle banlieue, c’è chi accoglie le altisonanti parole repubblicane con sospetto, se non disprezzo, temendo che non divengano solo comodi paraventi davanti a crepe e crepacci. Sublimitas et miseria hominis, recita l’ultima lettera apostolica del Papa, dedicata a un genio transalpino, il credente Blaise Pascal, che così profondamente avvertì l’umana tensione fra grandezza e miseria. E in queste ore, quel titolo tanto risuona nella Francia sospesa fra i fuochi della gloria e del fallimento. In questi giorni, di certo, giova pensare che nel 2024 riapriranno pure le porte di Notre-Dame, dopo la spaventosa prova del fuoco vissuta dalla cattedrale da cui partono tutte le strade nazionali transalpine. Un edificio che quel 15 aprile brillò tragicamente come una torcia in mezzo alla Senna.

Ma seminando di colpo, fra credenti e non, una profondissima comunione nazionale e planetaria d’alti sentimenti. Tanto da sbalordire, in primis, gli stessi francesi. Come la Francia sa in quest’inizio d’estate, il fuoco spalanca a volte fossati spaventosi. Ma vien pure da pensare che nulla è mai perduto se altri fuochi possono offrire, in modi imprevisti, incommensurabili lezioni d’unità.

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