sabato 10 giugno 2017

La dura lezione impartita dagli elettori alle ambizioni di Theresa May rappresenta il modo migliore per ricordarci che in un sistema democratico è ancora il popolo sovrano a decidere le maggioranze parlamentari e non solo la visione, le suggestioni, l’avventurismo o la sventatezza di un leader.

La signora May aveva indetto le elezioni politiche a soli due anni dall’ultima consultazione nella convinzione che l’ampio margine di vantaggio sul diretto avversario laburista – che all’epoca veleggiava ad almeno 20 punti di distacco e aveva in Jeremy Corbyn un leader fragile e contestato dal suo stesso partito – le avrebbe garantito una maggioranza più solida di quella lasciatale dal dimissionario David Cameron. Con un forte gruppo tory alla Camera dei Comuni, diceva, avrebbe meglio governato la hard Brexit, il duro e netto distacco dall’Europa, per il quale (come da tradizione britannica: Margaret Thatcher docet) era pronta a dare battaglia fino all’ultimo penny.

Theresa May (Lapresse)

Theresa May (Lapresse)


Il risultato sembrava a portata di mano, chi mai avrebbe potuto toglierle quel trionfo che i giornali amici già davano per avvenuto? Le nude cifre ci raccontano invece una vittoria insufficiente che perciò può convertirsi in sconfitta sonora. La maggioranza dell’altroieri è sfumata, resta solo per oggi e forse per domani quella relativa, il governo è «on the knife edge» (sul filo del rasoio, come titolano i giornali), appeso alle alchimie di una coalizione ancora tutta da disegnare e non esente dai rischi che un alleato di minoranza (come potranno essere gli unionisti nordirlandesi del Dup, disposti a entrare nel governo con i loro 10 seggi) solitamente comporta.

Vincitore morale è senza ombra di dubbio Corbyn, il vecchio «backbencher» che alloggiava usualmente negli ultimi banchi della Camera e che i colonnelli del Labour dell’epoca di Tony Blair tenevano a debita distanza per il suo mai sopito radicalismo terzomondista. Eppure è stato lui ad aver calamitato il voto dei giovani inglesi, il 71% dei quali ha votato laburista, e insieme quello di buona parte della working class con uno slogan e un programma pieni di fascino antico: «Not for the few, but for the many» (non per i pochi, ma per i molti), intercettando peraltro anche il grido di dolore degli anziani della middle class, spaventati dalle gaffe della May (la sua proposta di tassare in solido i malati terminali – detta non per nulla dementia tax – è un harakiri politico difficilmente eguagliabile) e sotto traccia bisognosi di sapere che non è distruggendo il Welfare che si fa crescere un Paese, e nemmeno invocando leggi speciali per combattere il terrorismo.

È stato questo, probabilmente, l’errore letale commesso da Theresa May: quello di credere che l’elettorato della Brexit coincidesse con quello conservatore. In parte è così, ma dal sottosuolo della società sale un neanche troppo silenzioso grido di dolore e di allarme che la premier non ha saputo ascoltare. Perché a dispetto delle apparenze non era la lotta al terrorismo e nemmeno la sicurezza ciò che la gente chiedeva, o comunque non solo, ma evidentemente – pensiamo a quei 30 seggi laburisti guadagnati in una notte, alla scomparsa dell’Ukip di Nigel Farage, ideatore del referendum e inabissatosi subito dopo la vittoria del leave, al quasi dimezzamento degli indipendentisti scozzesi, alla piccola rimonta dei liberaldemocratici – una politica meno muscolare e più solidale, meno classista e più popolare. Popolare, non populista.

Ora, sulle macerie del voto anticipato di scopo, un espediente che politicamente è sempre molto rischioso, la signora May ha di che meditare sulla hybris che l’ha quasi disarcionata. Già si ode nettissimo il rumore di sciabole all’interno del suo partito, da più parti s’invoca un cambio alla guida dei tories.

Se non accadrà, è solo perché il 19 giugno scocca l’appuntamento con il negoziato fra il Regno Unito e l’Unione Europea. Ma non sarà più la hard Brexit promessa alla vigilia del voto: i negoziatori europei si troveranno di fronte un premier indebolito e meno sicuro di prima. E non è detto che ciò sia un male, almeno per l’Europa.


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