Per Asia Bibi e per la giustizia. Il ricorso alla Corte suprema
sabato 6 ottobre 2018

Lunedì tutto il mondo che si vuole libero e rispettoso dei diritti dell’uomo e del cittadino ha un appuntamento con il Pakistan. Alle 10 del mattino, ora italiana, la Corte Suprema della Repubblica islamica dovrà esaminare il ricorso, giunto al terzo e ultimo grado di giudizio, presentato dagli avvocati di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia oltre nove anni fa e da allora sempre detenuta nel braccio della morte.

Tutto dovrebbe svolgersi in una sola udienza: i giudici (uno speciale collegio creato per l’occasione) ascolteranno gli argomenti della difesa (Asia Bibi è rappresentata dall’avvocato Saiful Malook, musulmano) e dell’accusa e, a meno di ulteriori rinvii (non improbabili), decideranno nella stessa seduta se confermare o annullare la condanna a morte. In poco tempo il verdetto dovrebbe essere reso pubblico. Entro ottobre, dunque, Asia Bibi sarà libera o morta.

Su questo punto occorre esser chiari: Asia Bibi è già stata virtualmente uccisa. Cominciarono a ucciderla il 19 luglio del 2009 quando, giovane madre di cinque figli, l’arrestarono accusandola di blasfemia sulla sola base della denuncia presentata da alcune donne musulmane con cui aveva avuto un diverbio. Continuarono quando la condannarono per la prima volta a morte l’11 novembre del 2010. Proseguirono quando, nel 2011, un estremista islamico uccise Salman Taseer, il governatore (musulmano) del Punjab che si era espresso a favore della condannata e pochi mesi dopo fecero fare uguale fine a Shabaz Bhatti, il cristiano che era diventato ministro per i Diritti delle Minoranze. E le forze dell’odio hanno continuato a infierire fino a oggi, costringendo il marito e le figlie di Asia Bibi e lasciare il Pakistan per timore di ritorsioni.

Per questo quello di domani non è più solo l’appuntamento finale per la donna cristiana, ma anche una scadenza decisiva per la dignità di tutti noi. In Pakistan si è insediato da poco tempo un nuovo Governo che ha un’impronta che noi chiameremmo “populista”. Lo guida un ex campione di cricket, Imran Khan, che ha dalla sua alcuni elementi non di poco conto: per esempio, la voglia di cambiamento diffusa nel Paese e l’appoggio dei militari.

Non c’è, nella nuova compagine, il ministero per le Minoranze di fatto estinto con l’assassinio di Bhatti e quello per la Concordia interreligiosa è stato affidato a un musulmano. Per nulla considerati, nella scelta dei ministri, gli esponenti delle minoranze (nessun cristiano, parsi o indù) e pochissime le donne (solo tre).

Khan, però, si è pronunciato in pubblico sulla famigerata legge sulla blasfemia, dicendo che non deve essere usata per fini impropri e che le persone arrestate in base a false accuse dovrebbero essere liberate. Dovrebbe essergli di conforto, e insieme di sprone, il fatto che alle ultime elezioni i partiti religiosi e islamisti, pur radunati in un’apposita coalizione, hanno raccolto scarsi risultati, con solo 12 seggi in un’Assemblea Nazionale con 342 parlamentari.

Quale occasione migliore, dunque, per dare un segnale concreto di cambiamento, all’interno come all’esterno? È ovvio che il premier non può imporre alcuna decisione alla magistratura, men che meno alla Corte Suprema. Ma è difficile immaginare che una sentenza che espone il Pakistan al giudizio del mondo, per di più in un periodo di forti difficoltà economiche (il Paese rischia di essere soffocato dal debito internazionale, soprattutto dall’esposizione verso la Cina, tanto che si è a lungo parlato di un possibile ricorso a un aiuto eccezionale da parte del Fondo monetario internazionale) e di turbolenti relazioni internazionali (con gli Usa in primo luogo), non sia oggetto di una valutazione anche politica, oltre che giudiziaria.

In tutti questi anni di ingiustizia, la mobilitazione dell’opinione pubblica di molti Paesi è stata decisiva per impedire che Asia Bibi fosse messa a morte. Tra tanti difetti, questo è indubbiamente uno dei pregi del pianeta globalizzato e interconnesso. Mancano poche ore, forse i giochi sono già fatti, ma non bisogna mollare. Anzi, bisogna intensificare gli sforzi.

Sarebbe, dunque, importante e confortante se anche il nostro Governo, nuovo come quello di Imran Khan, desse un segnale in questo senso. Bisogna rispettare uno Stato sovrano come il Pakistan, certo. Ma far sapere che sappiamo, che seguiamo e che, come nazione italiana, abbiamo a cuore i diritti fondamentali, tra cui quello a un giusto processo e alla libertà di culto, non sarebbe uno scandalo. Prima gli italiani? Prima, innanzi tutto, gli innocenti.

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