Oltre 150mila morti, 15 milioni di sfollati, 20 milioni senza cibo: in Sudan è crisi senza fine
L'impegno di Caritas Internationalis e di altre organizzazioni religiose contro l'emergenza alimentare: servono acqua, aiuti umanitari, sostegno nutrizionale. Da 37 mesi si stanno consumando crimini contro l'umanità nel silenzio della comunità internazionale

La crisi umanitaria più grave del pianeta peggiora drasticamente. In tutto il Sudan dilaniato dalla guerra civile ormai da oltre 37 mesi vengono continuamente denunciati crimini contro l’umanità commessi dalle parti in conflitto – le Forze di supporto rapido, Rsf, e l’esercito sudanese, – soprattutto con i droni che prendono di mira ospedali, mercati e scuole, mentre in Darfur massacri etnici a sfondo genocidario di popolazioni non arabofone secondo l’Onu sono stati commessi dalle Rsf. Secondo Ocha, l’organizzazione per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, nel conflitto sono morte oltre 150mila persone, dato certamente sottostimato. Si contano inoltre di più di 15 milioni di sfollati e 20 milioni di persone che soffrono di malnutrizione acuta su una popolazione di circa 50 milioni.
In questo inferno si prodigano in prima linea le organizzazioni religiose spesso coordinandosi. Come è accaduto lo scorso aprile, quando una nota congiunta di Caritas internationalis, Act alliance (il maggior organismo di coordinamento delle chiese ortodosse e protestanti) e Islamic Relief Worldwide ha denunciato l'insicurezza diffusa, inclusi i livelli estremi di violenza sessuale, che rende sempre più difficile e pericoloso, in particolare per donne e ragazze, cercare cibo, acqua e servizi di base. Uniti al conflitto, i drastici tagli da parte dei donatori stanno riducendo il denaro per i mezzi di sussistenza e generare reddito.
Kayode Akintola è il responsabile Africa per Cafod, organismo di cooperazione allo sviluppo della Chiesa cattolica in Inghilterra e Galles e capofila della rete Caritas – ne fa parte anche Caritas italiana – per gli aiuti nel Paese martirizzato. È appena tornato dal Sudan dove ha girato i campi sfollati.
«La situazione umanitaria è gravissima – afferma – e continua a deteriorarsi. In grandi città come Kosti, sul Nilo Bianco, c’è bisogno urgente di beni di prima necessità: acqua potabile, cibo, riparo e assistenza sanitaria. I campi sono sovraffollati, le razioni alimentari sono state ridotte e le persone sono costrette a girare in cerca di cibo, spesso esponendosi a ulteriori rischi». Caritas Sudan sta fornendo cibo, acqua potabile, aiuti in denaro, sostegno nutrizionale per i bambini e assistenza sanitaria. L’attenzione è rivolta in particolare alle famiglie sfollate monogenitoriali. «Le aree chiave per noi – chiarisce Kayode – includono il sostegno a donne e ragazze, nonché gli sforzi per combattere la malnutrizione attraverso centri comunitari».
Nei campi ha incontrato famiglie che hanno perso tutto e sono state sfollate più volte. «Colpisce – prosegue – la dignità silenziosa e la determinazione a sostenersi a vicenda nonostante le difficoltà schiaccianti. I volontari locali, spesso sfollati, stanno svolgendo un ruolo essenziale nella distribuzione degli aiuti e nel sostegno alle comunità. La società civile sudanese ha dimostrato in questi anni una notevole solidarietà di fronte a condizioni estreme». E il fatto che molti pastori della Chiesa cattolica siano rimasti accanto ai fedeli aiuta la popolazione a sentirsi meno sola. Ma prospettive di pace, anche per il supporto ai contendenti da parte di Emirati Arabi, Arabia Saudita ed Egitto, davvero non si vedono.
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