L'accusa: «Netanyahu sapeva del 7 ottobre. Gli Emirati lo avevano informato»
di Luca Foschi
La rivelazione, in un libro inchiesta, irrompe nella campagna elettorale. «Una telefonata di 45 minuti da Abu Dhabi»

«Un numero crescente di segnali portano alla stessa conclusione: Netanyahu ha condotto ciecamente Israele verso il disastro del 7 ottobre». Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore e primo candidato a sconfiggere l’attuale premier nelle elezioni previste per il 27 ottobre, ha commentato così l’inchiesta pubblicata ieri dal quotidiano progressista Haaretz, intitolata “Netanyahu ha ricevuto un avvertimento giorni prima del 7 ottobre. Non ha informato i vertici della sicurezza israeliana”. L’articolo è una sintesi estratta della lunga ricerca condotta dai giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, ampiamente riportata nel libro Ostaggi: 843 giorni d’abbandono, appena dato alle stampe e fornito, sostengono gli autori, di un corposo apparato di fonti.
Ad allertare il primo ministro israeliano, a fine settembre 2023, è stato Mohammad bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, legati allo Stato ebraico dagli Accordi di Abramo. Durante la telefonata, durata 45 minuti, il presidente emiratino ha descritto come imminente l’offensiva su larga scala progettata dal leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar. In almeno due occasioni il leader della Striscia avrebbe cercato di portare Netanyahu al tavolo delle trattative agitando la minaccia di ciò che lui stesso aveva definito “zilzal”, “terremoto”. Le misure di alleggerimento dell’assedio economico di Gaza richieste da Sinwar in cambio della sospensione del piano militare erano state oggetto di negoziati indiretti con il governo israeliano fin dai primi giorni del 2023. Dalla prospettiva di Sinwar, l’accordo sarebbe andato a sostanziare una possibile “hudna”, termine coranico che indica una tregua di lungo periodo, aperta anche a una soluzione definitiva delle ostilità. Il leader di Hamas avrebbe cominciato il percorso diplomatico nel 2017, spinto dalla drammatica condizione della Striscia. La pandemia e l’instabilità del sistema politico israeliano, costretto a cinque votazioni in pochi anni, avrebbero trascinato il tentativo di Sinwar fino al 2023.
Fra gli elementi dell’accordo lo scambio di prigionieri, la fine del blocco della Striscia e l’aumento del flusso di cibo e materie prime, una zona di libero scambio al confine con l’Egitto e l’ipotesi di fornire Gaza con il gas naturale scoperto nel 2000 davanti alle sue coste. «Sta accadendo», avrebbe affermato uno dei pontieri di Hamas, trascinato dall’atmosfera di entusiasmo. A pochi passi dalla meta, raccontano Eldar e Yuval, Netanyahu ha tuttavia cominciato a posticipare ripetutamente la riunione del Comitato ministeriale degli ostaggi, passaggio primario per l’implementazione dell’accordo. «Forse per paura delle reazioni da parte dei partner estremisti del suo nuovo governo», suggeriscono gli autori, ricordando fra i possibili elementi dilatori anche le settimanali, poderose proteste di una parte del popolo israeliano, contrario alla radicale riforma del sistema giudiziario portata avanti dal governo. Il “terremoto” allestito parallelamente da Sinwar e diventato terrore sarebbe la risposta allo stallo diplomatico. Alle confidenze di Mohammad bin Zayed, precedentemente estese anche all’Idf e ai servizi segreti interni, lo Shin Bet, Netanyahu avrebbe replicato sostenendo che i piani di Hamas puntavano piuttosto a una sollevazione in Cisgiordania. Dal punto di vista della sicurezza, la Striscia era perfettamente sotto controllo.
Lo scoop di Haaretz si addentra anche nelle prime due settimane successive al 7 ottobre, quando la possibilità di liberare buona parte degli ostaggi civili sarebbe sfumata a causa della furia vendicativa dell’esecutivo. Il tema della sicurezza sarà cruciale alle prossime elezioni. Netanyahu, che negli ultimi tre anni ha risposto all’istanza diffusa della popolazione con la devastazione di Gaza e una guerra su più fronti, ha fin da subito lavorato perché le responsabilità del fallimento securitario scivolassero sugli alti vertici militari, largamente sostituiti. Inviso a una libera commissione d’inchiesta parlamentare, promessa dai suoi avversari politici, il premier è recentemente tornato sulle prime ore della catastrofe, dando seguito a una narrazione inaugurata dalla moglie Sara: «Perché non mi hanno svegliato? Perché sapevano che io, come primo ministro di Israele, avrei immediatamente messo in stato d’allerta l’intero esercito», ha dichiarato Netanyahu il 2 settembre. Una classica, insinuante pugnalata alle spalle, un alto tradimento per omissione. Topaz Luk, tra i consiglieri più vicini al premier, ieri ha smentito che ci fosse stato l’avvertimento emiratino. Una fonte degli emirati ha invece confermato al Times of Israel i contenuti del report
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






