La speranza venduta ai disperati: il business delle truffe per fuggire da Gaza

Dopo la guerra uscire dalla Striscia è un’impresa quasi impossibile. Così molti si affidano a società, come al-Majd Europe, che propongono soluzioni di viaggio costose e opache. Il rischio è che non si realizzino mai
April 4, 2026
Una donna con in braccia il figlio in una tendopoli per sfollati a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza
Una donna con in braccia il figlio in una tendopoli per sfollati a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza/ Reuters
«La preghiamo di fornire le generalità complete e il numero del documento d’identità. Il suo nome è sul prossimo volo. Un volo per l’Italia». Legge il messaggio e spera, vorrebbe crederci, dopo due anni e mezzo di guerra, lutti e distruzione. Ma è una ragazza sveglia, e non si fida. Cerca informazioni sull’organizzazione presso cui si è registrata appena quarantotto ore prima e che, a tempo di record, le assicura già un viaggio fuori da Gaza. Fa bene a cercare conferme la giovane gazawi che chiede ad Avvenire di restare anonima. La società a cui si è rivolta è la al-Majd Europe, la stessa che a novembre aveva fatto uscire dalla Striscia 153 persone, partite dall’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele, senza sapere verso quale destinazione. Su un volo della compagnia Fly Yo avevano raggiunto Nairobi, poi Johannesburg, in Sudafrica. Le autorità locali avevano ritardato lo sbarco di dodici ore, sostenendo che i passaporti dei passeggeri non fossero stati timbrati all’uscita da Israele. Avevano viaggiato come fantasmi. «Il suo nome è stato registrato oggi. Il costo per lei e il suo parente è di 4mila dollari. Il Paese è l’Italia, non sappiamo quale città», si legge nello scambio di messaggi che la ragazza ci fa avere. «Abbiamo organizzato tutto, non si preoccupi». Lei, invece, si preoccupa eccome.
Il sito web sembra credibile a un primo sguardo, come i profili social collegati. I numerosi gazawi che ancora oggi interagiscono online con al-Majd danno l’impressione di non aver letto (o di non aver voluto leggere) i report giornalistici che, dopo l’episodio sudafricano, hanno gettato mille dubbi sull’organizzazione. Sul sito è scritto che è stata fondata in Germania e ha sede a Gerusalemme Est, ma non è registrata in nessuno dei due luoghi. Molti la contattano sui social per ottenere chiarimenti su iscrizione, costi e per raccontare la propria difficile situazione. Famiglie divise da troppo tempo o parenti in condizioni mediche tali da non poter aspettare il loro turno fra gli oltre 18.500 pazienti in lista per le evacuazioni sanitarie ufficiali.
Tutti sanno che uscire dalla Striscia è un’impresa quasi impossibile. Dal valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, l’unico disponibile per le persone, escono in pochissimi. È stato riaperto il 2 febbraio, poi chiuso dal 28 febbraio al 18 marzo. Negli ultimi due mesi, fuori sono andati pressoché solo pazienti evacuati ufficialmente con gli accompagnatori, 1.043 persone al 30 marzo, secondo Eubam Rafah, la missione civile dell’Ue al valico (presenti anche i Carabinieri). Dunque, se pure la procedura di viaggio è irregolare e opaca – avranno pensato in tanti – con al-Majd forse c’è speranza. Su X l’organizzazione ha riferito di avere “aiutato” 1.021 gazawi a raggiungere Malesia, Indonesia, Australia, Sudafrica, Oman, Qatar, Belgio, Turchia e Canada. Quello che di certo si sa, da un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz, è che oltre al volo di novembre si sono svolti altri due viaggi. Il primo il 27 maggio 2025. Dopo i controlli di sicurezza israeliani, il gruppo dall’aeroporto di Ramon su un charter rumeno è arrivato a Budapest. Da lì, in Indonesia e Malesia. Il secondo gruppo è partito il 27 ottobre e via Nairobi è atterrato in Sudafrica. Haaretz ha scritto di avere «appreso che l’Ufficio per l’Emigrazione Volontaria, presso il ministero della Difesa israeliano, ha indirizzato l’organizzazione al-Majd al Coordinatore delle Attività governative nei Territori (Cogat) dell’esercito israeliano per coordinare le partenze». Dietro la società, ci sarebbe Tomer Janar Lind, un uomo con cittadinanza israeliana ed estone.
«Le entità che ingannano il nostro popolo, lo incitano a deportazione o sfollamento, o si dedicano alla tratta di esseri umani e sfruttano le tragiche condizioni umanitarie, subiranno conseguenze legali», ha avvertito il ministero degli Affari Esteri palestinese. «La somma richiesta è troppo alta. Dove la troviamo, se a malapena riusciamo a mangiare?» si è sfogato su Facebook un ragazzo di nome Alaa. Intanto, un’allerta postata online, pressoché ignorata, informa che al-Majd Europe sarebbe in realtà chiusa da mesi, sostituita da profili falsi gestiti da soggetti che, incassato il denaro, interrompono i contatti. «Tra due giorni la vostra famiglia sarà fuori Gaza», è il messaggio ricevuto da Shadi Baraka, rifugiato nei Paesi Bassi prima della guerra. Ci racconta di aver registrato con al-Majd la moglie e la figlia, rimaste a Khan Younis. È accaduto il 21 novembre dopo il caso del volo del Sudafrica. «Ho pagato 5mila euro in criptovalute. Ma poco dopo i destinatari del denaro hanno bloccato il loro numero WhatsApp e hanno annunciato in un post di essere vittima di hacker. Mi hanno detto di non avere ricevuto i miei soldi». Il nipote, che al telefono traduce dall’arabo, ci spiega che suo zio «è vulnerabile, non sta bene, soffre di depressione, per questo ha pagato». La moglie ha una patologia cronica alla tiroide. «I farmaci non sono disponibili a Gaza o non possiamo permetterceli. Soffriamo molto. Quelli di al-Majd sono ladri senza cuore. Non avevo i soldi richiesti, li ho presi in prestito e ora devo ripagare il debito», aggiunge Shadi Baraka. Eppure online, sui social di al-Majd Europe, nuove richieste piene di speranza continuano ad arrivare. Un utente di nome Um Adi Al-Talbani scrive: «Aspettiamo una vita dignitosa e confidiamo in voi da otto mesi». Gli risponde amaro un altro gazawi: «Certo, è quella vita dignitosa di cui sentiamo parlare da due anni e che ancora non vediamo».

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