L'Ungheria approva la "norma anti-Orbán": non più di due mandati per un capo di governo
Il premier Péter Magyar: «Nessuno può detenere il potere a tempo indefinito». Il suo predecessore: «Ridicolo pensare di tenere qualcuno lontano dal popolo», mentre il suo partito, Fidesz, parla di riforma «retroattiva»

È passata al Parlamento ungherese la cosiddetta «norma anti-Orbán», la modifica costituzionale per impedire che un premier possa servire più di due mandati. Una norma fortemente voluta dal vincitore delle elezioni del 12 aprile, il leader del partito Tisza e attuale premier Péter Magyar. Il voto richiedeva la maggioranza dei due terzi, nessun problema per l’ampia maggioranza detenuta da Tisza: la modifica è stata approvata con 135 sì, 50 no e 6 astenuti. Contrari ovviamente i parlamentari di Fidesz, il partito di Viktor Orbán. Manca solo la firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok. Un orbaniano, di cui Magyar ha già preteso (per ora senza ottenerle) le dimissioni, anche se l’attesa è che non dovrebbe fare problemi.
La norma è definita «anti-Orbán» perché introduce il divieto per un primo ministro di servire più di due mandati, anche non contigui, valido a partire dal 2 maggio 1990, e dunque copre completamente i tre incarichi complessivi ricoperti dall’ex premier (dal 1998 al 2002 e dal 2010 al 2016). «Nessuno — ha più volte dichiarato Magyar — può detenere il potere a tempo indefinito». Una normativa che non ha eguali in Europa per un premier (c’è per il presidente della Repubblica francese), e che non ha mancato di provocare dure reazioni. Fidesz parla di «riforma illegale» in quanto «retroattiva».
Accusa respinta al mittente da uno dei due autori della proposta di modifica costituzionale, il parlamentare di Tisza Márton Melléthei-Barna: «la riforma — ha detto — si applica solo ai premier nominati dopo l’entrata in vigore, il 1990 è solo il parametro per il calcolo dei mandati». Non tutti i costituzionalisti sono però convinti della solidità giuridica della modifica. La quale, comunque, si applica anche a Magyar che dunque potrà essere premier fino al massimo al 2034. «L’idea — ha replicato lo stesso Orbán, intervistato dal sito Index.hu — che qualcuno in Ungheria possa esser tenuto lontano dalla gente è piuttosto ridicola. Questi (il nuovo governo di Magyar ndr) sono al potere da pochi mesi, non dovrebbero illudersi di restarci per otto anni».
La riforma costituzionale approvata, inoltre, colpisce direttamente due elementi chiavi del “sistema” Orbán. Anzitutto abroga le "fondazioni di interesse pubblico" (create per lo più da persone vicine a Fidesz, finanziate dallo Stato e considerate centri di potere che sfuggono al controllo pubblico), il tutto chiedendo la restituzione allo Stato di tutti i beni. Nel mirino 15 fondazioni di formazione, tra cui spicca il potente Matthias Corvinum Collegium, considerato il cuore dell’ideologia orbaniana e faro per l’estrema destra europea e punto di riferimento del movimento Usa Maga in Europa.
Infine, la riforma crea le condizioni per abrogare l’”Ufficio per la protezione della sovranità”, creato dal governo Orbán e utilizzato, secondo i critici, soprattutto per prendere di mira ong e organizzazioni sgradite al potere. Rimane la «protezione dell’identità costituzionale ungherese e della cultura cristiana» inserito nella Legge fondamentale per volontà dell’ex premier nel 2023, che però è dovere di «tutti gli organi di Stato», cassando il riferimento alla creazione di un «organo indipendente». In questo modo, ha dichiarato più volte Magyar, «mettiamo uno dei più importanti gioielli della distruzione dello Stato di diritto da parte di Orbán là dove deve stare: nell’immondezzaio della storia».
Il Parlamento approva ora anche un pacchetto di riforme volute dall’Ue per ripristinare lo Stato di diritto e così poter erogare i fondi Ue congelati a Budapest. Tra questi obblighi di dichiarazione di beni, i poteri dell’autorità anti-corruzione, norme sugli appalti pubblici, gestione di beni di pubblico interesse e perseguimento delle frodi con fondi Ue.
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