I beni congelati iraniani: un malloppo da cento miliardi (che porta in Cina)

Lo scongelamento degli asset è stato uno dei principali temi negoziali. Ma dove sono "custoditi" i fondi?
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June 18, 2026
l presidente iraniano Masoud Pezeshkian mostra il documento del Memorandum d'intesa a Teheran
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian mostra il documento del Memorandum d'intesa a Teheran/ REUTERS
La formula “magica” è: «pienamente disponibili». La contiene il Memorandum firmato tra Usa e Iran e che dovrebbe traghettare i due Paesi verso una pace duratura. Fondi e beni congelati all’Iran torneranno al legittimo proprietario: all’Iran. «Gli Stati Uniti d’America si impegnano  – si legge nel testo – a rendere pienamente disponibili i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica islamica dell’Iran a seguito dell’attuazione del presente Memorandum d’intesa».Nel reticolo di incertezze e passaggi da definire che ancora gravano sull’intesa, quello dello “scongelamento” dei beni è sicuramente una vittoria per Teheran. Non a caso i negoziatori iraniani hanno legato l’esito dei negoziati alla restituzione dei beni.
Negli anni i beni e gli asset congelati – resi inaccessibili a causa di sanzioni, restrizioni bancarie e controversie legali accumulatesi nel corso dei decenni – hanno assunto dei contorni quasi “mitologici”. A quanto ammontano? E, soprattutto, dove sono custoditi? La posta in gioco è alta. Perché il “malloppo” – che deriva in gran parte dai proventi petroliferi accumulati in banche estere dopo il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare del 2015 e la reintroduzione delle sanzioni nel 2018 – è vertiginosa: si stima ammonti a circa cento miliardi di dollari. Vale a dire quasi un quarto dell’intero Pil del Paese.
«Si tratta di una somma considerevole, soprattutto per una società che ha sofferto per decenni a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti», ha spiegato ad al-Jazeera Frederic Schneider, senior fellow presso il Middle East Council on Global Affairs. Ossigeno per un’economia, quella iraniana, in caduta libera: il rial ha perso il 20.000% del suo valore rispetto al dollaro in quattro decenni e circa il 45% solo nel 2025. Il conflitto ha poi ulteriormente aggravato la crisi monetaria che stritola l’Iran. A metà aprile, la Tv di stato di Teheran ha stimato i danni bellici a 270 miliardi di dollari, circa il 60% del Pil.
La geografia dei Paesi che custodiscono i beni iraniani è ricca di sorprese.La prima: la maggior parte degli asset non si trova presso istituzioni finanziarie americane. La seconda: in testa c’è la Cina. Si calcola che la porzione di asset iraniani congelati, detenuto dalPaese asiatico, oscilli, secondo il calcolo fatto dal Wall Street Journal, tra i 20 e i 50 miliardi. Il perché del ruolo preminente di Pechino è presto detto: la Cina è il principale cliente petrolifero dell'Iran nonostante le sanzioni a stelle e strisce. Come sottolinea il Times of India, «poiché la maggior parte delle transazioni petrolifere globali viene effettuata in dollari statunitensi, Washington può fare pressione su banche e istituzioni finanziarie affinché blocchino i pagamenti collegati alle esportazioni iraniane sanzionate».
Non è trascurabile il ruolo di altri Paesi asiatici. India e Corea del Sud detengono ciascuna circa 7 miliardi di dollari, il Giappone 1,5. Seul, in particolare, conservava in passato uno dei maggiori depositi di fondi iraniani congelati. Circa 6 miliardi di dollari di entrate petrolifere si erano accumulati in due banche sudcoreane prima di essere trasferiti su conti in Qatar nel 2023, nell'ambito di un accordo di scambio di prigionieri tra Teheran e Washington.
Un altro importante bacino di fondi si trova in Iraq, con circa quindici miliardi. Come riporta Iran International, «gran parte del denaro deriva dagli acquisti iracheni di gas naturale ed elettricità iraniani». E gli Usa? Washington detiene circa 2 miliardi di dollari in beni iraniani congelati, mentre, secondo le stime, Paesi dell'Unione Europea come il Lussemburgo, ne controllano circa 1,6 miliardi.
Il memorandum chiude definitivamente la “partita” dei fondi congelati? In realtà, secondo gli analisti, la strada è ancora lunga. E tortuosa. Su di essa incombono alcuni punti oscuri. Come scrive il sito di analisi The Conversation, «l'unico modo per gli Stati Uniti di adempiere all’ impegno della restituzione dei beni sarebbe quello di esercitare pressioni sui propri alleati attraverso minacce coercitive o incentivi – e non sembra che ci sia stata alcuna consultazione con loro prima della firma di questo accordo». Altrettanto intricato è il nodo delle sanzioni. Secondo il Memorandum, «gli Stati Uniti si impegnano a revocare ogni tipo di sanzione contro l'Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu, le risoluzioni del Consiglio dei governatori dell'Aiea e tutte le sanzioni unilaterali Usa». Anche qui però si profilano difficoltà. «Il primo punto problematico è che Washington può revocare unilateralmente solo le sanzioni statunitensi. Gli Stati Uniti non dispongono di alcun meccanismo per adempiere alle restanti promesse, come la revoca delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’Aiea in materia di sanzioni».

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