I 15 punti degli Usa, le 5 condizioni dell'Iran: sulla guerra è dialogo tra sordi
In attesa di un possibile vertice nel fine settimana in Pakistan (o Turchia) abbiamo messo in fila le priorità della Casa Bianca e quelle del regime per vedere se un negoziato sotto le bombe è possibile. Al momento, però, pare più probabile un intensificarsi dei raid

Più che in negoziati di pace, Washington e Teheran sembrano per il momento coinvolte in un pericoloso dialogo tra sordi. Gli Stati Uniti hanno mandato all’Iran, per mezzo del Pakistan, una proposta in 15 punti come base per un accordo. L’Iran l’ha respinta chiarendo che «non permetterà al presidente statunitense Trump di dettare i tempi della fine della guerra» e rilanciando le 5 condizioni per arrivare a una svolta: tra queste, ci sarebbe il riconoscimento del «diritto naturale e legale» a esercitare la propria autorità sullo Stretto di Hormuz. Se la volontà di arrivare presto a una svolta c’è, lo si vedrà presto. Il sito americano Axios riferisce di un probabile vertice in Pakistan (o in Turchia) entro il fine settimana.
L’apertura al cessate il fuoco non è affatto scontata per nessuna delle parti. Alti funzionari del regime iraniano hanno fanno trapelare all’agenzia Fars il concetto che è «illogico» avviare trattative con chi, il 28 febbraio scorso, ha interrotto con un raid i negoziati sul nucleare in corso da settimane. Pungenti pure le parole di portavoce militare iraniano che, rivolgendosi direttamente agli Usa, ha sottolineato: «Non mascherate la vostra sconfitta. Le vostre vuote promesse sono giunte al termine. State negoziando con voi stessi».
I dettagli del piano in 15 punti proposto da Washington a Teheran sono stati diffusi dalla stampa internazionale secondo cui il cessate il fuoco sarebbe vincolato allo smantellamento totale delle capacità nucleari, alla distruzione dei siti Natanz, Isfahan e Fordow e all’impegno a non perseguire mai lo sviluppo di armi atomiche. L’amministrazione Usa avrebbe chiesto anche la consegna all’agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di tutto il materiale arricchito e l’accesso Onu a tutte le informazioni sul dossier nucleare che si trovano all’interno dei confini iraniani. Per gli Usa, ancora, Teheran dovrebbe cesserà di finanziare e armare le milizie “proxy” nella regione. Quanto al nodo (cruciale) dello Stretto di Hormuz, gli Usa avrebbero chiesto al regime di rinunciare a qualsiasi pretesa per farne un passaggio marittimo sempre aperto. Piuttosto vago sarebbe, infine, il paragrafo relativo al programma missilistico che, queste sarebbero uniche indicazioni, dovrebbe essere limitato per numero, gittata e scopo (solo autodifesa). Cosa otterrebbe in cambio l’Iran? Stando al piano (che per la Casa Bianca contiene «elementi di verità») Teheran verrebbe compensata con la rimozione di tutte le sanzioni (anche dello snapback, ossia il loro ripristino automatico) e l’aiuto a promuovere e sviluppare un progetto di nucleare civile a Bushehr. Nient’altro. La “pax americana”, per il regime, è «eccessiva». Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, l’ha bollata come una trovata utile solo a far scendere il prezzo del petrolio.
Teheran, da parte sua, non ha però perso l’occasione per rilanciare le sue cinque condizioni: cessazione degli attacchi, garanzia che non si ripetano in futuro, pagamento dei danni di guerra, fine delle ostilità anche su gli altri fronti (per esempio in Libano) e, essenziale, riconoscimento dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz. «L’Iran porrà fine alla guerra quando saranno soddisfatte le nostre richieste», ha sottolineato un alto funzionario, «prima di allora non si terranno negoziati». È molto difficile che le parti facciano rinunce per arrivare a un compromesso. Ma non impossibile. L’eventualità di una svolta diplomatica al conflitto, così ha scritto il New York Times, avrebbe portato il premier israeliano Benjamin Netanyahu a ordinare raid più intensi sull’Iran nelle prossime 48 ore. Il fuoco incrociato, di fatto, non si è mai spento. I Guardiani della Rivoluzione hanno lanciato un missile contro la portaerei americana Abraham Lincoln. Sui Paesi del Golfo è continuata la pioggia di droni. L’esercito israeliano ha colpito un centro di ricerca e sviluppo a Isfahan legato al programma di sottomarini iraniani. Il rischio di un’ulteriore escalation è legato a un’eventuale operazione di terra degli Usa. «I nemici si preparano ad occupare, con il supporto di uno dei Paesi della regione, una delle nostre isole», ha sottolineato Ghalibaf. Il riferimento è a Kharg, hub cruciale per il petrolio iraniano. In tal caso, l’Iran potrebbe aprire un nuovo fronte nel conflitto incoraggiando gli attacchi degli Houthi yemeniti nello Stretto di Bab el-Mandeb. «Trump non bleffa – ha ricordato ieri la sua portavoce – ed è pronto a scatenare l’inferno».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






