L'intelligenza artificiale e la lezione dei contadini: custodire la terra significa custodire l'uomo
di Vincenzo Gesmundo
Il segretario generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, riflette sull'enciclica di Leone XIV: nell'era del transumanesimo il mondo agricolo richiama il valore del limite, della pace e dei corpi intermedi

Esattamente un secolo fa, Charlie Chaplin che aveva vissuto, l'impatto della prima, gigantesca rivoluzione tecnologica della modernità, attraversato la grande crisi finanziaria del 1929 – da molti considerata come la genesi del secondo conflitto mondiale –in uno dei suoi capolavori Il grande dittatore, pronunciò queste parole: «Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine, abbiamo bisogno di umanità. Più che di intelligenza, abbiamo bisogno di bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita si fa violenta e tutto è perduto». Ho pensato a Chaplin sulla scia dell’Enciclica di Leone XIV, un documento che ho sentito ‘corale’, ricco di una organicità quale forse solo un pensiero (e una fede) che si sono sforzati di accompagnare l’uomo nel suo cammino sulla terra per oltre duemila anni, possono raggiungere.
L’organizzazione che rappresento, la Coldiretti, nasce nel 1944 su stimolo del cardinale Montini che più tardi sarà Paolo VI; nasce entro l’alveo della dottrina sociale della chiesa ed è protagonista di una fortunata e straordinaria operazione di ingegneria politico/sociale, la riforma agraria. Una riforma che va nella direzione opposta dell’odierna stagione, una riforma che si tradusse in una pacifica e gigantesca redistribuzione di ricchezza a favore della classe allora più umile del nostro paese: i contadini. Il gruppo dirigente della Coldiretti, anche quello odierno, nasce in questo crogiuolo di storia, ne porta i segni, il desiderio di riscatto e quella cosa che il nostro Pontefice richiama con forza nell’enciclica perché ne teme l’erosione, ‘la memoria’.
E proprio questo serbatoio di memoria ci rende molto molto scettici rispetto agli odierni venti di riarmo e a quanto li accompagna, la “naturalizzazione della guerra”, quel misto di “nichilismo e pragmatismo” – è ancora la voce di Leone XIV– che fa si che chi parla di “pace” suoni ingenuo, quasi avvolto in un candore d’altri tempi. Non è così e ancora ci aiuta la memoria: noi sappiamo che il 70% di chi morì nelle trincee della prima guerra mondiale era fatto di contadini; contadini erano i milioni di cittadini sovietici investiti dalla marea hitleriana; contadini erano i tre milioni di morti per fame in Bangladesh fra il 1943 e il 1945; contadini erano i due milioni di morti in Vietnam e potremmo andare avanti fino ad arrivare alle guerre odierne governate dall’IA e vedrete che ancora una volta il prezzo maggiore è pagato dai contadini.
E tuttavia la memoria deve essere un alito che sa trasformarsi in “speranza”. Sono rimasto molto colpito dal richiamo che il Pontefice fa al ruolo dei corpi ‘intermedi’. Essi non esistono ovunque, perché spesso l’assenza di progettualità e l’autoreferenzialità li hanno condannati all’irrilevanza, ma dove ci sono possono svolgere un ruolo importante per declinare solidarietà, sussidiarietà, elementi di giustizia sociale, traiettorie mirate al “bene comune” inseguendo quella insistita parola che il Papa richiama: il “discernimento” e cioè la chiave per pesare le cose, attribuire loro un significato, per discriminare. Per cogliere, ad esempio, che l’odierno “occidente” al di là del rumore della sua narrazione, ha un estremo bisogno di innesti democratici, di flussi partecipativi che fermino l’abbandono in atto dello stesso “giuoco democratico”.
I contadini custodiscono quella che molti hanno chiamato la "cultura del limite". Chi coltiva la terra sa che non tutto è replicabile artificialmente, sa che la natura non si piega a un algoritmo, e sa anche che in luoghi lontanissimi dai campi, manovre speculative possono decidere della sopravvivenza dei centinaia di migliaia di cittadini. Per questo, il mondo agricolo è naturalmente incline a rifiutare le scorciatoie e le illusioni del transumano e del postumano. Lo abbiamo fatto ad esempio con i cibi da laboratorio sdoganati dalla Commissione Europea spazzando via quel principio di precauzione che per oltre mezzo secolo aveva regolato l’introduzione degli alimenti sui mercati europei. Uno sdoganamento che molto deve, alla narrazione artefatta sulla necessità di proteine, senza interrogarsi sulla modalità artificiale della loro produzione e soprattutto sulla concentrazione della loro produzione nelle mani di pochi, ricchissimi, oligarchi. Non c'è nulla di nostalgico o di ideologico in questo, ma c'è la ferma convinzione che l'uomo debba rimanere custode del creato, non il suo manipolatore definitivo.
Infine Leone XIV ci rivolge un invito preciso: quello di “custodire i luoghi e i tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva” e ci ricorda il valore insostituibile della tavola condivisa. Mangiare insieme, condividere il cibo è il gesto più antico di interconnessione umana. Attorno a una tavola non ci sono avatar, non ci sono connessioni digitali; ci sono corpi, sguardi, storie, emozioni, suggestioni. Lì inizia la democrazia reale, lì si sperimenta l'accoglienza. Il cibo non è una merce qualsiasi da dematerializzare, è il legame originario tra l'uomo, la comunità e la terra. Il cibo è il primo e più antico vettore di “prossimità”. Ancora guardando alle grandi sfide globali e al bisogno urgente di un nuovo multilateralismo, questo approccio può tradursi in esperienze concrete di cooperazione internazionale. L’Italia rappresenta una goccia nell’oceano del mondo globalizzato. Ma l’Italia ha sedimentato sapienze antiche. Penso, ad esempio, all'alleanza globale della World Farmers Markets Coalition, all'esperienza dei mercati a chilometro zero che rimettono al centro le relazioni umane ed economiche locali all'interno di una rete mondiale. È un multilateralismo dal basso, fatto di filiere corte, di volti, di agricoltori che dialogano tra i continenti per difendere la sovranità alimentare intesa come “Il diritto di ogni nazione di mantenere e sviluppare la propria capacità di produrre gli alimenti di base nel rispetto della diversità culturale e produttiva” come sancito dalla Via Campesina nel 1996. È un progetto che si pone in totale antitesi al progetto dei cosiddetti “filantropi”.
Ci viene chiesta umiltà in questa stagione così complessa. L'umiltà di chi sa che le grandi transizioni non si governano con l'arroganza della tecnica e tanto meno con la hybris del suprematismo tecnologico, ma con la riscoperta della nostra comune vulnerabilità. Trasformare il cibo in commodity significa, aprire una corsia privilegiata al transumano e al post umano. Custodire la terra significa, oggi più che mai, custodire l'uomo. A conclusione credo che varrebbe la pena di riflettere - in termini politici operativi - su questa leonesca enciclica. Quando dico ‘riflettere’ immagino un gruppo abbastanza ristretto, che possa mettere l’operatività al centro. Sono tempi di svolta. Dissimili da quanto abbiamo visto. Il principio di ‘composizione’ viene meno. La comunità cristiana che ne è stata una grande interprete è la prima saperlo. Coldiretti saprà spendersi.
Segretario generale di Coldiretti
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