La tripletta di Messi ai Mondiali e la bellezza del tempo attraversato
Il campione sta per compere 39 anni. E la standing ovation che gli è stata riservata non era solo per la prestazione: era per il riconoscimento di qualcosa che abbiamo smesso di vedere. E che lo sport invece ci rivela

Lionel Messi, che fra quattro giorni compirà trentanove anni, ha iniziato il suo percorso nel Mondiale che si sta disputando in Usa, Messico e Canada segnando una tripletta contro l’Algeria. Messi conta più di 1.200 partite in carriera e altre cinque Coppe del Mondo alle spalle, abbastanza per attraversare vent’anni di storia del calcio. Quando esordì nel suo primo Mondiale, in Germania nel 2006, il 68 per cento dei suoi attuali compagni di squadra non aveva ancora terminato le scuole elementari. Eppure, eccolo lì, ancora una volta, con quella corsa che magari è diventata meno esplosiva ma più intelligente, con quella capacità quasi soprannaturale di trovare uno spazio dove gli altri vedono soltanto gambe, tibie e parastinchi avversari. Tre gol, dunque, e uno stadio intero che si è levato in piedi, per applaudirlo. L’Argentina che vuole difendere il titolo conquistato quattro anni fa, ricomincia ancora da lui. Questo, tuttavia, non è un articolo su Lionel Messi. Se siete appassionati di calcio, ne avrete già letti a dozzine. Anzi, a dire il vero, questo non è nemmeno un articolo sui campioni che invecchiano bene.
Certo, gli esempi non mancano. LeBron James continua, quarantunenne, a giocare nella NBA, un campionato che mette alla prova ogni centimetro di muscolo e ogni battito cardiaco. Più o meno alla stessa età Lewis Hamilton è tornato a vincere un Gran Premio di Formula 1, Cristiano Ronaldo continua a giocare con una regolarità che sfida le leggi del tempo, Serena e Venus Williams tornano a giocare insieme a Wimbledon. Sono storie diverse tra loro che ci attraggono tutte per la stessa ragione: la nostra ostinata guerra contro il tempo e il miraggio dell’eterna giovinezza. Viviamo nell’epoca che, più di ogni altra, ha cercato di cancellare la vecchiaia. Mai nella storia umana abbiamo avuto così tanti strumenti per allungare la vita, curare malattie, rallentare il declino fisico. Eppure, mai come oggi l’invecchiamento è percepito come una sconfitta. La pubblicità promette corpi eternamente giovani, i social media premiano la freschezza, la velocità, la novità. Le rughe diventano difetti da correggere, i capelli bianchi un problema da nascondere. Perfino il linguaggio tradisce il disagio: non parliamo più di vecchiaia, ma di “terza età”; non parliamo di anziani, ma di “senior” o, peggio ancora, di “diversamente giovani”. Abbiamo costruito una cultura che accetta sempre meno il limite. Non soltanto la vecchiaia. Anche la malattia, la fragilità, perfino la morte vengono progressivamente allontanate dal nostro sguardo. Per secoli gli esseri umani hanno vissuto accanto agli anziani, ai malati, ai morenti. Erano parte della vita quotidiana. Oggi affidiamo tutto a luoghi specializzati, lontani dalle nostre case e dai nostri occhi. Non vediamo più, o chiudiamo gli occhi per non vedere, il tempo che passa. Forse è anche per questo che ci sorprende così tanto quando lo incontriamo. Per gran parte della storia umana è accaduto il contrario.
Nelle società tradizionali africane il consiglio degli anziani rappresentava il luogo della decisione e della memoria. In molte culture dell’Asia orientale la vecchiaia continua a essere associata all’autorevolezza. In Giappone esiste perfino una festa nazionale dedicata al rispetto degli anziani. Gli antropologi hanno osservato che nelle comunità prive di archivi scritti la sopravvivenza collettiva dipendeva letteralmente dalla memoria custodita dai più vecchi: erano loro a ricordare le stagioni delle piogge, i percorsi delle migrazioni, le tecniche di coltivazione, le genealogie familiari ed è proprio per questo che un proverbio africano dice che quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca. Noi abbiamo affidato la nostra memoria agli smartphone, ai cloud, agli hard disk. Conserviamo miliardi di dati e sempre meno esperienza, possediamo archivi sterminati e ascoltiamo raramente chi, il tempo, se lo porta scritto addosso.
I Greci avevano raccontato tutto questo molti secoli fa: Titono, principe troiano, fratello di Priamo fece perdutamente innamorare Eos, dea dell’aurora che chiese a Zeus di rendere immortale il suo innamorato. Zeus accettò, ma Eos dimenticò di chiedere per lui anche l’eterna giovinezza. Così Titono continuò a vivere e a invecchiare. Gli anni si accumulavano, le forze diminuivano, il corpo si consumava, la voce si faceva sempre più debole. La morte, però, non arrivava. Anzi, Titono diventava via via più piccolo e fragile, fino a trasformarsi in una cicala. Vivo per sempre, ma senza la possibilità della fine. I Greci avevano immaginato che l’immortalità, privata del limite, potesse trasformarsi in una maledizione.
Forse gli dèi avevano esaudito il desiderio sbagliato. Non avevano regalato a Titono una vita migliore, gli avevano soltanto regalato più tempo. Da qualche decennio sembriamo impegnati a correggere l’errore di Eos. Non inseguiamo forse l’immortalità, ma qualcosa che le assomiglia molto: una giovinezza senza scadenza. Parliamo di longevità, aspettativa di vita, età biologica. Misuriamo il tempo, lo contiamo, proviamo a rallentarlo. Molto più raramente ci domandiamo che cosa farne, come se il problema fosse aggiungere anni alla vita e non vita agli anni. Eppure, il tempo non è soltanto ciò che toglie. È anche ciò che aggiunge. Esperienza, profondità, memoria, così come quella particolare forma di intelligenza che nasce dagli errori già commessi, dalle sconfitte già affrontate, dalle ferite che il tempo non cancella ma insegna a portare con una certa eleganza. Forse è per questo che lo sport continua a emozionarci quando incontra e si confronta con l’età biologica dei suoi atleti più iconici. Non perché ci illuda che il tempo possa essere sconfitto, al contrario, perché ci mostra che il tempo può essere attraversato. Con eleganza, appunto.
Messi non corre più come a vent’anni e sarebbe assurdo pretenderlo, ma vede il gioco in modo diverso. Sta in campo con una consapevolezza che il ragazzo prodigio del Barcellona non poteva ancora possedere. Non è la vittoria della giovinezza sulla vecchiaia. È la dimostrazione che ogni stagione della vita possiede una propria forma di bellezza, anche se abbiamo trasformato la giovinezza in un ideale e la vecchiaia in una colpa. Quando all’ottantesimo minuto di Argentina-Algeria l’allenatore Scaloni lo ha richiamato in panchina, Leo Messi ha lasciato il campo lentamente e uno stadio intero si è alzato in piedi per applaudirlo. Una standing ovation per l’uomo che aveva appena segnato tre gol, certo, ma anche per qualcos’altro. Forse per il riconoscimento di qualcosa che abbiamo smesso di vedere. In una società che celebra la velocità, la novità, la sostituibilità di ogni cosa e di ogni persona, quel numero dieci che esce lentamente dal campo ricorda che il valore non coincide con la giovinezza, che gli anni non sono soltanto una perdita, che la maturità non è una malattia da curare, che una vita non vale per quanto riesce a somigliare alla giovinezza, ma per ciò che riesce ad aggiungere al tempo che attraversa. Fin da bambini pensiamo che il tempo sia il nostro avversario. Poi, se siamo fortunati, scopriamo che il vero avversario era semplicemente la paura di quel tempo che, inesorabile, passa. Quando Lionel Messi ha lasciato il campo all’ottantesimo minuto, l’applauso di quell’intero stadio era rivolto alla possibilità di guardare il tempo senza esserne terrorizzati. Probabilmente non una vittoria, perché il tempo continua a vincere tutte le partite che gioca. Ma una tregua, sì. E per una sera, mentre Messi rientrava lentamente verso la panchina, anche la nostra paura è uscita dal campo, insieme a lui.
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