La donna che lotta da una vita
contro la barriera dell’«abilismo»

Haben Girma, attivista sordocieca, dimostra come l’inclusione, l’accessibilità e i diritti dei disabili possano generare innovazione, opportunità e cambiamento concreto per tutti
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June 19, 2026
La donna che lotta da una vita
contro la barriera dell’«abilismo»
Haben Girma, attivista statunitense per i diritti dei disabili
Quando Haben Girma entra in una stanza guidata dal suo cane, molti notano ciò che le manca. Lei, invece, nota ciò che manca alla stanza. «La sordocecità non è la mia barriera più grande — dice con voce chiara —. La mia barriera più grande è l’abilismo». La 37enne, una delle più note attiviste per i diritti dei disabili negli Stati Uniti, ha già combattuto e vinto molte battaglie per abbattere quelle barriere, ma non racconta la propria vita come una serie di vittorie individuali, bensì come la dimostrazione di ciò che la società guadagna quando smette di escludere. «La disabilità è un'opportunità di innovazione — spiega ad Avvenire — Molte persone disabili crescono affrontando ostacoli e trasformandoli in occasioni per creare qualcosa di nuovo».
La storia moderna lo prova. Il braille, inventato da una persona cieca, ha aperto la strada alle tecnologie moderne di feedback tattile. I sottotitoli, sviluppati inizialmente per i non udenti, sono utilizzati quotidianamente da milioni di persone. Le rampe sui marciapiedi, pensate per le carrozzine, vengono usate da genitori con passeggini, viaggiatori con valigie e persino robot per le consegne. È il fenomeno del cosiddetto curb-cut effect, o effetto scivolo, che dimostra che quando si progetta per l’accessibilità si spiana letteralmente la strada per tutta la comunità. È una teoria che la giovane di origine eritrea e etiope ha messo in pratica più di una volta, fin da ragazza. «Per tutta la vita ho voluto entrare in relazione con le persone — racconta —. Ma la maggior parte delle relazioni avviene nel mondo della vista o dell'udito. E io ero bloccata. Come facevo a entrare in contatto con gli altri?» La risposta è arrivata dalla sua creatività e dalla tecnologia. Nel 2010, per poter comunicare più facilmente con i compagni e i professori ad Harvard, la californiana sviluppò un sistema che collegava una tastiera Bluetooth a un display braille: chi le stava davanti digitava le parole che lei leggeva sotto le dita in tempo reale. Oggi quella soluzione viene utilizzata da molti altri sordociechi.
Sempre all'università, la mensa non forniva menu accessibili ai non vedenti. «Per mesi ho mangiato a caso, senza sapere che cosa stavo scegliendo», dice Girma. Ma dopo aver studiato la legge Usa sui diritti dei disabili, la giovane ha impugnato i suoi diritti e ha ottenuto un menu in braille. L'anno successivo un altro studente cieco ha trovato il problema già risolto. Se gli ostacoli della comunicazione e della comprensione erano superati, il pregiudizio restava. A 20 anni, mentre i compagni di studi trovavano stage e impieghi estivi, lei veniva regolarmente scartata. «Nessuno voleva assumermi perché presumevano che fossi incompetente — spiega —. Anche quando i datori di lavoro erano colpiti dal mio curriculum, bastava che scoprissero la mia disabilità per trovare una scusa per non prendermi».
E quando i suoi amici andavano in discoteca, lei, che aveva imparato a ballare salsa con un istruttore cieco, si vedeva negare l'ingresso nei locali perché il suo cane guida non poteva entrare. «Non era certo la sordocecità che mi impediva di ballare», racconta oggi. Figlia di rifugiati africani – madre eritrea e padre etiope fuggiti da una guerra durata trent'anni – Girma non sente quasi nulla e vede molto poco dalla nascita. Dopo essere cresciuta nei pressi di San Francisco, nel 2013 è diventata la prima persona sordocieca a ottenere una laurea in legge a Harvard. Lo stesso anno è stata nominata ambasciatrice del cambiamento da Barack Obama e ha cominciato a tenere discorsi nelle università e nelle aziende di mezzo mondo.
La parte della sua storia che sottolinea nei suoi interventi, però, non è mai il suo primato accademico, ma il modo in cui persone come lei possono aiutare tutti gli altri: «I disabili non sono un costo sociale ma uno dei più grandi bacini di innovazione ancora sottovalutati», dice spesso. Dietro questa visione ci sono considerazioni economiche oltreché umane. Negli Stati Uniti vivono oltre 61 milioni di persone con disabilità. Nel mondo sono più di 1,3 miliardi. «È un serbatoio di talento ancora inesplorato», ribadisce Girma. I dati dimostrano che quando aziende, scuole e istituzioni non investono nell’accessibilità rinunciano a creatività, clienti e lavoratori. Secondo il Dipartimento del Lavoro americano, infatti, il tasso di disoccupazione delle persone con disabilità continua a essere significativamente superiore a quello del resto della popolazione (8,3%, più del doppio rispetto alle persone senza disabilità). E questo, stando al governo Usa, non avviene perché mancano le qualifiche (tra gli adulti dai 25 anni in su con una disabilità, un quarto ha una laurea o un titolo superiore), ma perché molte aziende continuano a progettare processi di selezione e ambienti di lavoro pensando a un lavoratore “standard” che non esiste.
Nel 2015 Girma contribuì alla causa contro Scribd, una delle più grandi biblioteche digitali del mondo. L'azienda sosteneva che la legge Usa sulla disabilità si applicava solo ai luoghi fisici. I giudici stabilirono il contrario: anche gli spazi virtuali devono essere accessibili — una decisione che ha contribuito a ridefinire il modo in cui milioni di americani accedono a servizi e informazioni nell'economia digitale. È la lezione che Girma ripete alle persone disabili che incontra: «Non siamo un peso — assicura —. Siamo brillanti. Possiamo dare molto». Per questo Girma insiste sul linguaggio. Le parole che meno sopporta sono “fonte d’ispirazione”, usate in infiniti articoli e conferenze motivazionali per parlare di persone come lei. «Mi piace la parola ispirazione solo quando è collegata all’azione — precisa —. Se qualcuno dice: “Sono ispirato a rendere il mio corso più accessibile” oppure “Sono ispirato a rendere i prodotti della mia azienda di più facile fruizione”, quella è una bella ispirazione. Allora quando qualcuno mi dice che sono fonte di ispirazione, io gli chiedo: “Che cosa ti ho ispirato a fare?”».
La domanda è più radicale di quanto sembri. Per decenni i libri e i media americani hanno raccontato la disabilità soprattutto attraverso la lente del coraggio individuale. Girma, come molti altri, propone invece la lettura del dialogo: fra aziende, università, governi e cittadini di ogni tipo. «Gli Stati Uniti amano pensarsi come una società che premia il merito — dice Girma —. Ma il merito non emerge nel vuoto. Ha bisogno di infrastrutture, tecnologie, regole e opportunità». In un Paese che continua a cercare nuove fonti di innovazione, produttività e crescita, quella dei disabili non è soltanto una questione di diritti. È anche una questione di buon senso.

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