Il realismo sano di chi conosce la guerra (e sceglie la pace)
La missione del cardinale Matteo Zuppi in Ucraina conferma il valore di una diplomazia umanitaria capace di costruire fiducia fra le parti

La guerra in Ucraina continua e sembra che non ci siano vie di uscita. Il tentativo di mediazione promosso con non poca dose di estemporaneità dal presidente Trump pare impantanato. Prevalgono disillusione e scetticismo, se non aperta contrarietà, nei confronti di possibili ipotesi negoziali. D’altronde non c’è mai stato grande investimento di fiducia e di energie nell’iniziativa politico-diplomatica come chiave di risoluzione del conflitto all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina.
La prospettiva che si afferma con crescente e pare inarrestabile forza è la sempre più convinta opzione per un rafforzamento dell’impegno militare. Da una parte si sostiene che solo un più energico contrasto militare indurrà la Russia a sedere al tavolo dei negoziati con più miti consigli (ma è quanto si sostiene da 4 anni e 5 mesi). Gli innegabili successi ucraini nell’uso di droni in operazioni a lungo raggio nel territorio russo sembrano dare ragione a tale posizione. Dall’altra parte si ripete che, nell’impossibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati con trattative, sarà una più decisa azione bellica a sconfiggere l’Ucraina (ma anche in questo caso è quanto viene affermato dal 24 febbraio 2022). L’utilizzo sistematico di missili balistici, di grande potenza distruttiva e difficilmente intercettabili, contro Kiev e altre città ucraine è conseguenza di tale ragionamento. Tutto ciò senza considerare che lungo la linea del fronte continuano combattimenti sanguinosi senza esiti significativi per nessuna delle due parti, a costo di gravi perdite. Di fronte all’evidenza che la guerra non risolve il conflitto ma si perpetua autoalimentandosi e aumentando di intensità, l’idea prevalente, non solo nei circoli dirigenti russi e ucraini ma anche in ambito europeo, continua a essere che non ci sia altra strada, per ora, che fare la guerra.
Tutto questo su uno sfondo – che tanto sfondo non è – di un inquietante meccanismo, che regola i rapporti tra la Russia e i Paesi europei (Regno Unito compreso), innescato da qualche anno ma giunto a una fase assai critica. Il meccanismo può essere riassunto così: poiché ciascuno pensa che l’altro si stia preparando ad attaccarlo, si arma a sua volta; di conseguenza, questa reazione convince la controparte di essere in pericolo, spingendola a fare lo stesso. Gli studiosi di relazioni internazionali lo chiamano il “dilemma della sicurezza”. Si invoca la logica della deterrenza tipica della Guerra fredda, senza considerare che in uno scenario non più bipolare e frammentato si tratta di una logica incontrollabile e altamente rischiosa. È un meccanismo che occorre disinnescare per evitare che arrivi alle sue conseguenze ultime (che contemplano lo scenario del ricorso all’arma atomica). E il primo passo per iniziare a disinnescarlo è porre fine alla guerra in Ucraina. Scegliere per la pace al fine di far cessare la guerra, e non scegliere per la guerra al fine di arrivare a una pace. La guerra, come è noto, plasma il modo di pensare, condiziona la cultura delle società. La militarizzazione di cultura e pensiero conduce al prevalere di narrazioni funzionali alla guerra stessa che si impongono e diventano il filtro di lettura della realtà. Ne consegue una inibizione dello spirito critico, fondato sulla conoscenza della realtà, e dell’immaginazione. A farne le spese è la ricerca della pace.
Ancora troppo si ragiona di guerra in maniera avulsa dalla sua realtà drammatica. L’enciclica Magnifica humanitas richiama un metodo, «assumere lo sguardo delle vittime», «guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite» di chi soffre per la guerra. L’approccio umanitario alla guerra parte dal contatto diretto, non mediato, con le vittime e sviluppa un realismo autentico. I quattro anni e più di guerra aperta hanno provocato sofferenza: i morti, militari e civili (l’ultimo mese di giugno secondo i dati dell’Onu è quello con più morti civili dall’aprile 2022); le tante famiglie colpite dalla perdita di loro cari; i feriti e tra loro i mutilati (100.000 solo in Ucraina); i prigionieri; i bambini che subiscono in tanti modi differenti il trauma della guerra; gli sfollati, tra i quali molti costretti più volte ad abbandonare le loro case, dapprima nel 2014 in Donbass e poi di nuovo nel 2022 nelle città di nuova sistemazione; le persone rimaste nelle località vicino alla linea dei combattimenti esposte all’azione delle artiglierie e dei droni; gli abitanti delle città come Kiev sottoposti da anni ai bombardamenti, nell’angoscia del possibile lancio di missili balistici che per la loro velocità colpiscono il bersaglio ed esplodono ancor prima che suoni l’allarme antiaereo; i tanti, tantissimi anziani, sfollati, residenti nelle loro città, sempre più isolati per lo spopolamento dovuto al conflitto, vittime nascoste ma reali di questa guerra. È un elenco di condizioni di sofferenza, ma contiene nomi, volti, storie. Confrontarsi con l’umanità dolente dell’«Ucraina martoriata» spinge a uscire dalla rassegnata abitudine a un conflitto bellico che si eternizza, stimola il pensiero a liberarsi dagli schemi giustificativi della guerra, suscita immaginazione per individuare vie di ricerca della pace, genera audacia per esplorare e percorrere itinerari di dialogo.
L’umanitario non è una dimensione pre-politica o pre-diplomatica, sostanzialmente accessoria. L’attività umanitaria è una modalità incisiva di azione diplomatica. In un contesto che appare drammaticamente bloccato l’iniziativa diplomatica di carattere umanitario della Santa Sede ha valore politico, nella sua continuità e nella sua capacità di seminare fiducia e di tenere canali aperti. La missione del cardinale Matteo Zuppi, inviato speciale del Papa, in questi giorni in Ucraina, conferma tale valenza, in primo luogo per i risultati ottenuti con un lavoro riservato, costante negli anni, a favore di minori, di prigionieri, di feriti, la cui rilevanza è stata pubblicamente riconosciuta da entrambe le parti. Ma l’impegno del cardinale e della Santa Sede è anche un investimento a favore del dialogo e della diplomazia – quanti altri attori internazionali possono disporre di canali di fiducia con entrambe le parti? –, che tiene aperta la porta per la pace in Ucraina. Giorgio La Pira scriveva parole che Leone XIV ha voluto riportare nell’enciclica: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano!». L’ingenuità di un visionario? Credo sia il realismo sano di chi conosce la guerra e vuole cambiare il mondo, liberandolo dal meccanismo perverso della logica bellica. È oggi un’alternativa – l’unica forse – a una stagione che pare percorrere la via verso una grande guerra, in un generale e incosciente sonnambulismo.
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