Edificare una civiltà dell’amore
contro la cultura della potenza

"Magnifica humanitas" prova a riportare l’uomo al centro, ridimensionando gli afflati pseudo-salvifici, l’idolatria del profitto e dei congegni che circolano nella Silicon Valley. Disarmare l’IA per custodire l’umano
Google preferred source
June 19, 2026
Edificare una civiltà dell’amore
contro la cultura della potenza
Statua di monaco che prega in un monastero/ SICILIANI
Magnifica humanitas , la prima enciclica di Leone XIV, accresce una tradizione inaugurata 135 anni fa da Rerum novarum , scritta da Leone XIII cui il Pontefice si richiama, anche nella scelta del nome. L’enciclica coinvolge il lettore in un progetto articolato e solido, nel quadro della Dottrina sociale della Chiesa, inaugurato da due icone bibliche: la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme grazie all’iniziativa di Neemia, al ritorno dall’esilio babilonese. Le icone delineano due possibilità: la costruzione di una “cultura della potenza” oppure della “civiltà dell’amore”, a cui è dedicato il capitolo 5. Le due città di Agostino sono la chiave esegetica con cui leggere le icone bibliche; la citazione dal De civitate Dei che chiude il capitolo 3 (n. 130) ci ricorda che è sempre l’amore a motivarci: «due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé». Questo numero, al centro dell’enciclica, ne rappresenta il cuore tematico.
Con la semplicità dei Padri, Leone XIV ci ricorda che la nostra vita, anche al tempo dell’IA, non sfugge a questa regola: se l’IA mette tra parentesi Dio, se i suoi costruttori inseguono sogni di potenza e di guadagno e scelgono se stessi disprezzando Dio, cercando di cancellarne la presenza, il risultato non può che essere pericoloso per l’uomo. Perché – come ricorda Gaudium et spes, citata a più riprese in tutta l’enciclica – «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (cfr. n. 1). La citazione del famoso passo di San Giovanni Paolo II (Redemptor hominis, 14) sulla persona umana «via della Chiesa» (n. 50) serve al Papa per spiegare le ragioni dell’interesse della Chiesa per l’IA: il suo sviluppo riguarda l’uomo e la sua dignità. Lo spessore teologico di questo approccio esprime una duplice verità sull’uomo. Da un lato, è proprio l’Incarnazione di Gesù Cristo a sancire in modo insuperabile la dignità dell’uomo: non solo siamo figli di Dio, ma Dio stesso ha scelto di essere uomo tra noi. Dall’altro, non siamo autosufficienti: è proprio la nostra finitezza il terreno su cui opera la Grazia. Finitezza, fragilità, debolezza: «Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 118). È questa consapevolezza teologica a smontare quei punti di vista (transumanesimo, postumanesimo) che sembrano così affascinanti ai capi della Silicon Valley e così superati per la visione cristiana, che non dimentica la lezione di Babele.
Questa prospettiva – un discorso sull’umanità, per l’umanità e con l’umanità – mostra che la stessa Dottrina sociale della Chiesa è, in ultima analisi, una riflessione antropologica. L’arco tematico che da Rerum novarum conduce a Magnifica humanitas esplicita, attraverso il magistero dei Papi, come la stessa “questione sociale” fosse, per la Chiesa, una questione antropologica già dopo la seconda rivoluzione industriale. E come oggi la questione dell’umanità e dell’intelligenza abbia evidenti risvolti sociali: il Papa ricorda lo sfruttamento, sia di lavoratori sia di risorse ambientali, che sta dietro allo sviluppo impetuoso dell’IA. Uno sfruttamento figlio di quella “cultura della potenza” che si accompagna a una visione bellicistica delle vicende umane e delle relazioni internazionali. L’invito a “disarmare l’IA” costituisce quindi non solo il logico sviluppo del discorso inaugurale del Papa che, appena eletto, ha salutato la folla di piazza San Pietro dicendo «La Pace sia con tutti voi» (Primo saluto del Santo Padre Leone XIV, 8.5.2025). È la consapevolezza di chi si accorge che «l’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale» (n. 110).
La valutazione di possibili rischi e benefici può trarre in inganno i lettori meno accorti: alcuni potrebbero immaginare che il Papa opti per una sostanziale apertura all’IA, altri che la prospettiva sia fin troppo ecclesiastica e talmente concentrata sul magistero della Chiesa da risultare irrilevante per il dibattito. Leone XIV risponde a questa potenziale difficoltà, richiamando la saggezza dell’approccio cattolico sin dalle prime pagine: «Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire» (n. 3). È questa saggezza, wisdom, a contrapporsi – come in un controcanto – all’enfasi sull’intelligenza, intelligence, in una prospettiva che evoca quella dello scienziato Joseph Weizenbaum, che cinquant’anni fa scrisse che «dato che attualmente non abbiamo alcun modo di rendere i computer saggi, non dovremmo affidare loro compiti che richiedano saggezza». La saggezza appare come una qualità tutta umana, frutto della nostra esperienza, segnata dal limite e incarnata nei nostri corpi. All’ossessione per la performance tipica della Silicon Valley, ai vagheggiamenti dell’AGI (artificial general intelligence) che informano il “San Francisco Consensus”, la Chiesa risponde ricordando il Magnificat, il «canto della speranza» (cfr. nn. 243-245) su cui Leone XIV si sofferma nella chiusura dell’enciclica.
In questo gioco tra saggezza e IA, la valutazione dell’accelerato mutamento tecnologico intorno a noi è pacata. La tecnologia «non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (n. 9): la formulazione evoca, quasi alla lettera, la prima legge di Kranzberg (»la tecnologia non è né buona né cattiva; e neppure neutrale»). Lo sguardo del Papa rimane fisso non sui prodotti, ma su coloro che li immaginano, li costruiscono, li usano. Se le persone umane sono la via maestra della Chiesa, è a loro che occorre guardare. Questa fedeltà alla verità (cfr. n. 237) della persona umana sottolinea un altro sentiero che attraversa il volume dall’inizio alla fine: il Papa richiama costantemente il ruolo della verità e la sua importanza per la vita umana. Anche in questo caso c’è un quieto controcanto a una mentalità dominata dalla fuffa (il bu....it contro cui aveva scritto Frankfurt) e dalle fake news, che da decenni cerca di trasformare la verità in un marchio con la lettera maiuscola (dal quotidiano sovietico al social americano). Confidando in Gesù via, verità, vita, è facile ridimensionare le pretese di chi vorrebbe appropriarsi della verità, che «è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità» (n. 137).
Come la Bibbia, nel libro della Genesi, offre una prospettiva laica rispetto alla sacralizzazione della natura operata nei culti politeistici, così Magnifica humanitas prova a riportare l’uomo al centro, ridimensionando gli afflati pseudo-salvifici, l’idolatria del profitto e dei congegni (Wiener), che circolano nella Silicon Valley. Se si tratta di cogliere l’umano, possiamo guardare a Cristo oppure ai vari bot che continuamente ci vengono proposti. Se vogliamo edificare il futuro, possiamo servirci dell’IA oppure rinunciare a «disarmarla» e diventarne schiavi, perché abbiamo già ceduto alla tentazione di «essere come Dio» (cfr. Gen 3,5), immaginandoci creatori autosufficienti invece di creature amate dal Padre. Se vogliamo capire l’epoca e il cambiamento che la attraversa, possiamo paragonarla all’invenzione della scrittura, all’invenzione della stampa a caratteri mobili, a una delle tante rivoluzioni tecnologiche e così via, oppure renderci conto che, come dice il Magnificat, Dio ha spiegato la potenza del suo braccio.
«D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Egli ha già soccorso Israele, suo servo» (n. 243).
Questo articolo è una anticipazione del  numero di giugno di Vira e Pensiero , rivista culturale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire