Dal caporalato ai nuovi invisibili. Le schiavitù che non vediamo
di Luca Mazza
La strage dei quattro braccianti arsi vivi in un minivan nel Cosentino non è un episodio isolato, ma il punto più estremo di un sistema fondato su abusi, irregolarità e assenza di tutele

La strage dei braccianti arsi vivi in un minivan con le portiere bloccate a un distributore di benzina nel Cosentino sconcerta, comprensibilmente, soprattutto per la brutalità della morte a cui sono stati sottoposti quattro ragazzi. Eppure, a pensarci bene, non siamo di fronte all’eccezionalità di un’esecuzione barbara, ma alla manifestazione estrema di una violenza che rappresenta la punta di un iceberg assai più vasto. Il dramma di Amendolara è l’apice di un caporalato multiforme e sempre più diffuso nel nostro Paese.
Basti pensare all’inchiesta della Procura di Milano che pochi giorni fa ha alzato il velo sullo sfruttamento degli operai indiani impegnati nella costruzione del Consolato americano a Milano: quattrocento esseri umani costretti a lavorare con turni massacranti e paghe da fame. Non solo. A inizio settimana, nel Mantovano, i carabinieri hanno scoperto un laboratorio clandestino dove una quindicina di operai in nero confezionava pacchi lavorando di notte per 12 ore consecutive in cambio di appena 9 euro complessivi: 75 centesimi l’ora. Così come inquietano le cinque aggressioni in solo un giorno nelle campagne intorno a Marsala ai danni di migranti impegnati nella raccolta di frutta e verdura. Raid a opera di bande di delinquenti da identificare che arrivano ad appena tre settimane dall’assassinio di Sako Bakari, il lavoratore agricolo ucciso a Taranto da una baby gang.
L’elenco delle cronache dell’orrore potrebbe essere lunghissimo. E dovrebbe interpellare le coscienze di tutti. Invece c’è il forte rischio di restare indifferenti di fronte a questo schiavismo ramificato e pervasivo. Così come si corre il pericolo di liquidare tragedie disumane come semplici guerre tra bande di stranieri. Non a caso, di fronte al rogo in cui hanno perso la vita quattro uomini, il vicepresidente della Cei e vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, ha invocato «una rivolta delle coscienze», per dire basta a quel pensiero strisciante di chi crede che alcune vite valgano meno perché straniere, povere o migranti. Le vittime del rogo, sottolinea Savino, «non erano manodopera anonima, ma persone con un nome, una storia e una famiglia».
Le tratte dei nuovi schiavi di oggi, il pendolarismo dei disperati mal (o mai) pagati nelle campagne italiane e le morti dei quattro braccianti che raccoglievano le celebri fragole del Metapontino riportano alla memoria il romanzo Uomini e topi di John Steinbeck. L’opera racconta la storia di George e Lennie, due braccianti stagionali in California, all’epoca dell’America della Grande depressione, che vagano di ranch in ranch trasportando sacchi d’orzo sulle spalle per guadagnarsi da vivere. I protagonisti si spaccano la schiena dall’alba al tramonto e nel frattempo “coltivano” un piccolo sogno che si ripetono all’infinito per trovare la forza di andare avanti: «Un giorno avremo un pezzetto di terra, una stalla, un pollaio, alcuni maiali e soprattutto una gabbia con i conigli. E vivremo in pace».
I braccianti di Steinbeck auspicavano un futuro migliore. I morti nel rogo sulla statale 106 non arrivavano neppure a desiderare un’altra vita: chiedevano soltanto un contratto regolare e di non essere costretti a lavorare gratis. Come per George e Lennie, anche le storie dei quattro lavoratori agricoli uccisi nel Cosentino (Waseem Khan e Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni e Ullah Ismat Qiemi, appena 19enne) sono finite in tragedia. Perché là dove proliferano degrado, sfruttamento e disumanità aumentano inevitabilmente le probabilità che i sogni si trasformino in incubi e che i diritti vengano bruciati.
Sono molte le analogie tra George e Lennie e i tanti schiavi invisibili dell’Italia contemporanea. Con una differenza che inquieta. Quella raccontata da Steinbeck era l’America rurale del 1937, dove la sopraffazione si traduceva nell’emarginazione degli ultimi. Questa, invece, è l’Italia del 2026, un Paese che ha appena celebrato gli ottant’anni della Repubblica, ma dove il rispetto dei diritti umani e la dignità del lavoro in troppi casi continuano a non godere di buona salute.
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