L'Italia investe poco sull'innovazione. E non può più permetterselo

Il report Istat sugli investimenti in ricerca e sviluppo mostrano un miglioramento sulla spinta delle imprese, ma confermano che restiamo lontani dalla media dell'Ue. Senza R&S il Pil non cresce
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September 8, 2019
La spesa dell’Italia per l’innovazione cresce, ma troppo poco per recuperare la distanza rispetto agli altri Paesi sviluppati. Il report diffuso dall’Istat sulla “Ricerca e Sviluppo in Italia” mostra che nel 2017 c’è stato un miglioramento. Gli investimenti complessivi in ricerca e sviluppo (R&S) di imprese, Stato, università e non profit sono aumentati del 2,7%, raggiungendo i 23,8 miliardi di euro. A permettere questo miglioramento sono state soprattutto le imprese, che restano il primo finanziatore della ricerca in Italia e nel 2017 hanno aumentato la spesa del 5,3% portandola a 14,8 miliardi. Lo sforzo dei privati ha compensato le carenze delle università, che hanno aumentato solo dello 0,2% i finanziamenti alla R&S (a 5,6 miliardi), e quelle delle altre istituzioni pubbliche (+0,9%, a 2,9 miliardi). L’Istat registra anche un forte calo delle spese delle istituzioni non profit (-29,3% a 406 milioni) che però si spiega anche con ragioni tecniche di “spostamento” di enti non profit nel mondo delle imprese tradizionali. La ricerca in Italia la fanno le imprese e la fanno quelle del Nord produttivo o della Capitale: il 68,1% della spesa per R&S arriva da cinque Regioni: Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto.
Al di là dei dettagli, questi numeri dicono che l’Italia continua a spendere troppo poco per l’innovazione. Quei 23,8 miliardi di euro sono infatti una quota pari all’1,38% del Pil, con un miglioramento di 0,01 punti sul 2016. La percentuale è bassa sia rispetto alla media della zona euro (2,15%) sia nel confronto diretto con le altre grandi economie industriali d’Europa: in Germania la spesa per R&S ha raggiunto il 3% del Pil, in Francia il 2,2%. Gli investimenti in innovazione sono considerati un motore fondamentale della crescita economica di un Paese sviluppato e per questo già nel 2000, con l’Agenda di Lisbona, l’Europa si era data l’obiettivo di portare la spesa per R&S al 3% del Pil europeo. L’Ue non ci è riuscita e l’obiettivo del 3% è stato rimandato al 2020. Probabilmente sarà di nuovo prorogato: le ultime stime di Eurostat dicono che per il 2017 eravamo appena sopra il 2%.
L’Italia è tra gli Stati che rallentano l’Ue da questo punto di vista. Roma con l’Agenda 2020 si era impegnata a portare le spese in R&S all’1,53% del Pil, ma i numeri di ieri confermano che siamo distanti e difficilmente centreremo il traguardo fra due anni, anche percHè le previsioni dell’Istat su 2018 e 2019 mostrano una frenata degli investimenti in R&S da parte delle imprese (+2,8% nel 2018 e +0,8% nel 2019).
Serve a poco constatare che c’è chi sta peggio di noi, notando che ad esempio spendiamo comunque di più in R&S di Spagna (1,2%) e Portogallo (1,33%). Per un’economia a vocazione industriale ed esportatrice, che quindi deve lavorare per mantenersi competitiva a livello internazionale, l’innovazione è cruciale. In uno studio pubblicato l’anno scorso, il Consiglio nazionale della ricerca ricordava che nel mondo della R&S l’Italia è un’anomalia: è tra le principali nazioni industrializzate pur investendo poco in ricerca e sviluppo, sia in valore assoluto che in rapporto al Pil. Contare che questa anomalia possa durare ancora a lungo, aggiungeva però il Cnr, «diventa oggi molto rischioso visti i processi crescenti di globalizzazione delle economie e l’importanza della collaborazione internazionale su temi scientifico-tecnologici che richiedono la mobilitazione di forti investimenti».

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