L’ora di religione? «Grazie a “don Gius” era la più bella della settimana»

Nelle “Lettere postume al mio padre nella fede” Peppino Zola racconta come il fondatore di Cl
ha segnato la sua vita in profondità
e per sempre
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August 20, 2026
Don Luigi Giussani con alcuni studenti nel settembre 1956 durante la gita della quinta ginnasio del liceo Berchet al faro di Portofino / ANSA
Don Luigi Giussani con alcuni studenti nel settembre 1956 durante la gita della quinta ginnasio del liceo Berchet al faro di Portofino / ANSA
«Entrasti in classe tu. Indossavi la veste lunga dei sacerdoti ambrosiani e tale veste svolazzava, tanto era l’impeto con cui venisti da noi tuoi allievi. Quasi di corsa. Evidentemente, avevi fretta di comunicare anche alla nostra classe ciò che ti stava più a cuore. Con te, l’ora di religione divenne l’ora più interessante di tutta la settimana». Basterebbero queste poche righe di Peppino (Giuseppe) Zola, tratte dal suo ultimo saggio – ma che si può leggere come un romanzo, a tratti, davvero pieno di passione – “Carissimo don Gius. Lettere postume al mio padre nella fede” (Edizioni Ares, 248 pagine), a spiegare un’amicizia, una collaborazione, una discepolanza durata decenni. L’autore, avvocato milanese, noto anche per il suo impegno politico, tra i fondatori della cooperativa scolastica La Zolla e del sindacato delle famiglie, attualmente presidente dell’associazione Nonni 2.0, ha superato la soglia degli 85 anni, ed è stato fra i primi ragazzi rimasti conquistati da don Luigi Giussani negli anni Sessanta del secolo scorso, quando appunto il sacerdote di Desio era docente di religione al liceo “Berchet” di Milano. Da qui i decenni che fecero di don Gius, fondatore di Comunione e Liberazione – morto il 22 febbraio 2005 e del quale lo scorso 14 maggio si è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione – un vero “mito” anche tra gli studenti cosiddetti “lontani” dalla fede.
Il volume, introdotto da un invito alla lettura di Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, e dalla prefazionedel vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca, raccoglie una serie di lettere che l’autore immagina di scrivere al sacerdote – appunto, postume – ripercorrendo, così, in modo originale l’intera storia di Cl e approfondendone il carisma. Un libro, quindi, ma anche un documento storico prezioso che, attraverso una sorta di filo rosso che annoda le pagine del testo, diviene anche una ricostruzione della storia di Cl, senza negarne i momenti critici. E, questo, tenendo sempre fermi due punti-cardine: il rapporto con Giussani e – come nota Prosperi – «l’importanza di rimanere fedeli al metodo indicato dal fondatore, centrale nell’esperienza di Cl». Ossia, la convinzione che il cristianesimo non sia un «discorso su Cristo», ma nasca dall’avvenimento dell’incontro con Lui.
Per questo anche la narrazione più personale dell’amicizia per il suo «padre nella fede», condivisa dall’autore e dalla moglie, l’artista Adriana Mascagni, scomparsa nel 2022, si colora di tante pennellate intense. Con il mistero (che si rivela sempre più chiaramente) di un incontro, quello con don Giussani, che cambia la vita. «Era bello e facile seguirti, perché in te coincidevano santità e compito. Ma proprio per questa unità di concezione e di prassi potevi descriverci anche l’unità tra autorità e autorevolezza: quest’ultima, infatti, se non si riferisce all’autorità prima o poi si inaridisce e comunque non testimonia la fioritura del carisma. E, d’altra parte, tu esercitavi l’autorità proprio indicando i luoghi e le persone e i fatti in cui il carisma dava i suoi frutti e tutti potevamo vedere, con gratitudine, le opere del Signore».

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