L’Intelligenza artificiale ci sfida: sappiamo custodire voci e volti umani?

Cosa mette in gioco l’espansione rapidissima dell’IA nel nostro mondo mediatizzato? Cosa chiede ai credenti? Secondo il direttore dell’Ufficio Cei per le Comunicazioni sociali, ora serve una nuova “arte”. Che va educata.
January 27, 2026
L’Intelligenza artificiale ci sfida: sappiamo custodire voci e volti umani?
Immagine realizzata dall'agenzia Reuters
Non è affatto semplice; servono tempo, costanza e disponibilità. Apprendere l’arte del custodire è un’operazione complessa ma non per questo irrealizzabile. Proprio perché arte richiede esercizio e abnegazione. Più che un test, essa esprime compiutamente il legame profondo tra la mente e il cuore. Soprattutto se a essere custoditi non sono semplici segreti, che pure hanno la loro importanza, ma ciò che di più prezioso possa esistere, ovvero le voci e i volti. Come a dire la nostra stessa umanità contro processi sempre più veloci di discriminazione algoritmica.
Vincenzo Corrado, direttore dell'Ufficio Cei per le Comunicazioni sociali
Vincenzo Corrado, direttore dell'Ufficio Cei per le Comunicazioni sociali
È importante, dunque, fondare questa azione dal sapore squisitamente comunicativo su alcuni pilastri che consentono di mettere a frutto il senso critico e la libertà di spirito, dando forma così alla custodia degli altri. Nel Messaggio per la 60ª Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, Leone XIV ne indica tre: responsabilità, cooperazione ed educazione. Un trittico riservato non solo agli addetti ai lavori ma rivolto a tutti perché – ricorda il Papa – «nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo». Una motivazione che diventa principio basilare per non disperdere la dinamicità insita nella comunicazione. E diviene anche esemplare in questo: la responsabilità chiede cooperazione e plasma l’educazione; la cooperazione si esercita nella responsabilità condivisa perché l’educazione sia persistente; l’educazione è alimento per la responsabilità e la cooperazione.
I tre “pilastri” sostengono l’intero edificio comunicativo con la circolarità del loro basamento. Il risultato è una tensione costante verso il pensiero critico e la libertà di spirito. Il primo entra in gioco come condizione silenziosa della libertà. Chi comunica, seguendo questa doppia inclinazione, lo fa perché ha imparato a distinguere ciò che conta da ciò che non conta in modo assoluto. Ha esercitato una critica delle proprie dipendenze interiori, riconoscendo che molte deviazioni nascono dall’attribuire valore ultimo a ciò che è relativo. Questo discernimento non è teorico ma vissuto. Tuttavia, una volta compiuto il lavoro, esso non resta in primo piano. Il pensiero critico prepara il terreno; la libertà dello spirito è il guadagno. È il risultato di un lungo processo in cui s’impara a non assolutizzare ciò che passa, come ad esempio il progresso tecnologico. Per questo appare come pienezza, pace e solidità insieme: una libertà che non fa rumore, ma regge tutta la vita.
In questo modo la coscienza non è più occupata a difendersi, a calcolare, a prevedere. È libera perché non deve più continuamente scegliere sé stessa. È una libertà che non grida, ma sa custodire «il dono della comunicazione – scrive il Papa – come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica». È l’unica condizione di possibilità per abitare questo tempo, perché – osserva ancora Leone XIV – «non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri». E questa trova il suo compimento nella donazione totale di sé. Conviene non dimenticarlo mai!

© RIPRODUZIONE RISERVATA