«L'ascolto dei laici nella Chiesa diventi obbligatorio per legge e non una "concessione"»
di Matteo Liut
La Commissione canonistica del Sinodo propone modifiche al Codice di diritto canonico: consultazioni reali, organismi partecipativi rafforzati, più responsabilità per i laici e maggiore trasparenza economica

Fare dell'ascolto del parere dei fedeli laici un obbligo per i pastori a norma di Diritto canonico e non una semplice raccomandazione pastorale. Un dovere che così entrerebbe nella stessa identità giuridica dell'esercizio dell'autorità. È solo una delle proposte contenute nel rapporto finale della Commissione canonistica del Sinodo, organismo di studio e di attuazione istituito dalla Segreteria generale del Sinodo (in accordo con il Dicastero per i testi legislativi) per tradurre in norme giuridiche e canoniche le istanze teologiche ed ecclesiologiche emerse dal cammino sinodale 2021-2024. Il documento diffuso oggi non propone di sottrarre ai vescovi la responsabilità delle decisioni, ma chiede che esse siano precedute da un ascolto reale, tengano conto dei contributi ricevuti, vengano motivate quando si discostano dall’orientamento emerso e siano infine sottoposte a verifica. L'impostazione, quindi, non è legata a una revisione sul "chi governa" la Chiesa ma piuttosto sul "come si governa" la comunità dei credenti.
Il rapporto, datato 22 settembre 2026, parte dai risultati delle Assemblee generali del Sinodo dei vescovi del 2023 e del 2024 e formula una serie di proposte di modifica del Codice di diritto canonico latino. Non si tratta, quindi, ancora di nuove norme già operative ma di un documento di lavoro che, come sottolinea la stessa Commissione, andrà completato e integrato raccordandolo con il confronto degli altri gruppi impegnati nell’attuazione del Sinodo per arrivare poi a una stesura definitiva. Ma la direzione indicata è chiara: la sinodalità, per non rimanere una dichiarazione di principio, deve entrare nel funzionamento ordinario delle diocesi, delle parrocchie e degli organismi ecclesiali anche attraverso il testo che ne regola le norme giuridiche.
Decisioni prese con consultazioni "vere"
Il punto decisivo delle proposte contenute nella nota riguarda il rapporto tra consultazione e decisione. Il vescovo, il Collegio episcopale e il Papa conservano la competenza decisionale propria del loro ministero e il processo sinodale non la sostituisce né la trasferisce automaticamente a un’assemblea. Tuttavia, secondo il rapporto, l’autorità non può comportarsi come se il confronto con il popolo di Dio non fosse avvenuto. Se da una consultazione correttamente condotta emerge un orientamento concorde, chi decide non dovrebbe discostarsene senza una ragione prevalente, da esprimere adeguatamente. Va in questo senso, quindi, la proposta di aggiungere un nuovo paragrafo al canone 212: «I Pastori hanno il dovere di ascoltare il parere dei fedeli su ciò che riguarda il bene della Chiesa, attivando modalità di discernimento comunitario». Il diritto dei fedeli a manifestare il proprio pensiero troverebbe così una corrispondenza esplicita nel dovere dei pastori di ascoltare e l’ascolto si trasformerebbe in una componente giuridicamente rilevante dell’esercizio dell’autorità.
Ovviamente, anche le modalità della consultazione verrebbero regolate con maggiore precisione. L’autorità dovrebbe chiarire l’oggetto del discernimento, mettere a disposizione le informazioni necessarie e garantire ai partecipanti tempo e libertà sufficienti per formulare il proprio parere. Una volta assunta, la decisione dovrebbe mostrare come i contributi ricevuti siano stati presi in considerazione, soprattutto quando la scelta compiuta risulti diversa dall’orientamento emerso. Ne deriverebbe un procedimento verificabile, nel quale ascoltare non significa necessariamente accogliere ogni proposta, ma neppure limitarsi a convocare formalmente un organismo sapendo che il suo parere resterà senza conseguenze. Questo cambiamento di impostazione toccherebbe innanzitutto gli organismi di partecipazione. Il Consiglio pastorale diocesano dovrebbe essere obbligatoriamente costituito in ogni diocesi, riunirsi almeno tre volte l’anno e partecipare alla valutazione periodica dell’attuazione del piano pastorale. Anche il Consiglio pastorale parrocchiale diventerebbe obbligatorio e concorrerebbe all’elaborazione degli orientamenti e delle decisioni pastorali, la cui assunzione finale resterebbe affidata al parroco.
Più ampia partecipazione dei laici al "governo" della Chiesa
Il rapporto propone poi che il sinodo diocesano sia celebrato almeno ogni dieci anni, non come evento eccezionale, ma come strumento ordinario per affrontare temi specifici, verificare l’attuazione della programmazione pastorale e preparare gli orientamenti futuri. I laici eletti dal Consiglio pastorale, propone ancora la Commissione, dovrebbero costituire la maggioranza dei suoi componenti. La stessa cadenza decennale viene indicata per i Concili provinciali, con una partecipazione più ampia dei fedeli.
Ma la nota entra anche nel possibile funzionamento di alcune decisioni di particolare importanza nelle Chiese locali: il vescovo avrebbe bisogno del consenso del Consiglio presbiterale per l’erezione, la soppressione o la modifica delle parrocchie, per costruire una nuova chiesa o ridurre un edificio sacro a uso profano, per erigere o sopprimere un Seminario e per vendere beni culturali o di particolare valore artistico. In questi ambiti si passerebbe dal semplice parere a una forma circoscritta, ma effettiva, di responsabilità condivisa.
Un altro sviluppo prospettato dal documento riguarda i laici, uomini e donne. La Commissione propone che possano essere nominati delegati episcopali, con potestà (delegata appunto) in ambiti determinati, e giudici diocesani senza che la loro presenza sia considerata eccezionale o subordinata a una particolare necessità. Nei luoghi privi di sacerdoti e diaconi, il vescovo potrebbe inoltre delegare laici ad assistere ai matrimoni senza dover ottenere la licenza della Santa Sede, dopo il voto favorevole della Conferenza episcopale e dopo aver ascoltato il Consiglio presbiterale. Nello stesso orizzonte si colloca la possibilità di coinvolgere i fedeli nei processi di discernimento necessari al governo della Chiesa e nell’individuazione delle persone idonee a ricoprire uffici e incarichi. Non si tratterebbe soltanto di moltiplicare le collaborazioni affidate ai laici, ma di riconoscerne competenze e responsabilità nelle strutture attraverso le quali si esercita il governo ecclesiale.
Norme per la gestione economica trasparente
Le proposte investono anche il terreno della trasparenza economica. Diocesi e parrocchie sarebbero chiamate a rendere pubblici bilanci annuali, per quanto possibile certificati da revisori indipendenti. Il Consiglio diocesano per gli affari economici dovrebbe presentare il rendiconto al Consiglio presbiterale e a quello pastorale. Il vescovo, prima di inviare alla Santa Sede la relazione quinquennale sullo stato della diocesi, dovrebbe presentarne almeno una sintesi ai fedeli, in particolare attraverso i due Consigli. La valutazione, inoltre, non riguarderebbe soltanto i conti ma dovrebbe interessare anche la conduzione pastorale e amministrativa della diocesi, l’attuazione dei programmi e l’esercizio degli incarichi ecclesiali. Trasparenza e rendicontazione non sarebbero quindi adempimenti burocratici, ma strumenti attraverso i quali la comunità può conoscere il cammino compiuto, valutarne i risultati e contribuire a orientare le scelte future.
Più comunità nelle decisioni: la sinodalità come forma e stile di governo
Tra le ipotesi più significative figura infine quella di fissare un termine di un anno per la revisione, da parte della Santa Sede, dei decreti approvati dai Concili particolari. Il rapporto lascia aperte due possibilità: stabilire semplicemente che la revisione debba concludersi entro un anno oppure permettere la promulgazione dei decreti se entro quel termine non sia arrivata una risposta. Quest’ultima soluzione introdurrebbe una forma di consenso tacito e rafforzerebbe l’effettiva capacità decisionale delle Chiese locali.
Tutto il processo di revisione proposto, inoltre, si articolerebbe in tre fasi, a partire da alcune modifiche realizzabili subito, fino a una revisione più profonda che avrà bisogno di più tempo. Le indicazioni contenute nel documento sarebbero tutte realizzabili nel breve periodo di fatto, ma la Commissione, pur senza entrare nel merito, individua alcuni ambiti che, muovendo dalle esigenze sinodali, potranno essere affrontati nel medio periodo, in modo trasversale e insieme ai Dicasteri competenti, attraverso nuove Istruzioni o la revisione di quelle già in vigore. Nel lungo periodo, infine, la Nota prospetta la necessità di una revisione complessiva dei due Codici di diritto canonico - latino e orientale - affinché recepiscano le istanze teologiche ed ecclesiologiche espresse.
Il disegno che emerge non è quello di una Chiesa nella quale l’autorità smette di decidere, ma di una Chiesa nella quale l’autorità non decide in solitudine, non procede senza prima aver ascoltato ed è tenuta sempre a spiegare le proprie scelte, verificandone gli effetti. La sinodalità diventerebbe così non una redistribuzione indistinta del potere, ma una diversa modalità in cui esso viene messo in atto: più comunitaria nella preparazione delle decisioni, più trasparente nella loro assunzione e più responsabile nella valutazione dei risultati. È su questo passaggio, dalla sinodalità come stile alla sinodalità come forma stabile di governo, che si misura la portata più profonda delle proposte contenute nel documento della Commissione canonistica del Sinodo.
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