«Dalla Dottrina sociale la chiave per ricucire un mondo diviso»
Il presidente
della Fondazione Centesimus Annus indica le priorità
nel dialogo con le diverse società.
«Dalle comunità più lontane l’esempio
di una fede in grado di rispondere
ai diversi contesti sociali e politici»

Spiritualità, libertà e dialogo sono stati il filo conduttore del confronto e del dibattito che hanno animato, nei giorni scorsi, l’assemblea degli aderenti e la conferenza internazionale organizzate a Roma e in Vaticano dalla Fondazione Centesimus Annus - Pro Pontifice. Tre giorni dedicati ad argomenti di grande attualità, che hanno approfondito, da un lato, il tema di un «mondo frammentato alla ricerca della spiritualità: libertà e pluralismo attraverso la Dottrina sociale della Chiesa» e, dall’altro, il modo in cui il «pensiero sociale cattolico affronta le sfide della libertà e del pluralismo in un’economia e una società disordinate». Il doppio appuntamento si è concluso con l’udienza di papa Leone XIV. Paolo Garonna, presidente della Fondazione, approfondisce i principali contenuti emersi durante le sessioni plenarie e i tavoli di lavoro che hanno coinvolto circa 400 partecipanti provenienti da ogni parte del mondo.

Da questa conferenza la Fondazione cosa si porta dietro come bagaglio d’esperienza?
«Siamo consapevoli del fatto che siamo forse davanti a un punto di svolta. Di fronte agli attacchi in corso verso il pluralismo, la libertà e la dignità dell’uomo sappiamo che rimettendo al centro il valore del dialogo, la dimensione spirituale e relazionale dell’integrazione economica e sociale, insieme a un impegno condiviso per la costruzione del bene comune, si può voltare pagina e avviare una fase nuova nel viaggio della vita. Una prospettiva che permetta di valorizzare, in tutti i suoi aspetti, la dignità dell’uomo. Sia nella lettera enciclica Magnifica humanitas sia nell’udienza che abbiamo avuto con papa Leone, il Pontefice ci incoraggia a guardare con fiducia al futuro, ad avere una “nuova speranza”, le cui radici si trovano nella nostra comune e condivisa umanità».
Dunque il cuore è il “nuovo umanesimo”?
«Sì, un nuovo umanesimo fondato sulla civiltà dell’amore, che è un modo di guardare al mondo con occhi nuovi rispetto a quelli della cultura del potere, delle divisioni, della polarizzazione e del rancore, che ancora caratterizzano troppo la nostra società, la nostra economia e le relazioni umane e internazionali. Il Papa ci dice che la vera libertà – come ricorda Giovanni Paolo II – vive nel “dono di sé e l’accoglienza dell’altro”, sta quindi nella capacità di usarla per costruire la città di Dio, una città di fratellanza universale e di valori condivisi».
Prospettive per il programma di lavoro della Fondazione?
«Abbiamo avuto conferme sulle direzioni che stiamo perseguendo: cercare di andare verso una Chiesa che valorizzi sempre di più il suo essere cattolica, cioè universale. Alla conferenza abbiamo visto una partecipazione importante da tutti i continenti: dall’Asia all’America Latina, dall’Europa dell’Est all’Africa. Joseph-Marie Ndi-Okalla, vescovo di Mbalmayo in Camerun, nelle sue conclusioni ci ha fatto comprendere quanto questi contesti non solo sappiano interpretare il messaggio cristiano e realizzarlo nei loro ambienti, ma possano anche insegnarci modi nuovi e più profondi di viverlo. Il vescovo africano ci ha coinvolto in una preghiera corale e cantata, unendo riflessione e meditazione con la gioia del canto: è stato un momento di grande spiritualità. Questo ci incoraggia a proseguire nel cammino già intrapreso, quello del vivere la fede e il servizio alla Chiesa universale curando il dialogo con le altre culture, come negli incontri dedicati alla “teologia del e dal Mediterraneo” e al dialogo abramitico sulla questione sociale. Dobbiamo ampliare ulteriormente il raggio d’azione verso i Paesi più vulnerabili e verso le nuove aree del mondo nelle quali si stanno giocando le grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali del nostro tempo. La presenza crescente di partecipanti provenienti da queste realtà rappresenta un segnale importante e incoraggiante. Dal nostro evento sono già nate nuove prospettive operative, tra cui l’idea di promuovere una conferenza asiatica, oltre a quella europea e internazionale, coinvolgendo direttamente i gruppi locali».
Un’indicazione di metodo per il futuro?
«Quello che abbiamo imparato dalle parole del Papa e dal confronto è che, per essere cittadini della città di Dio, bisogna vivere non nella torre di Babele dell’autoreferenzialità, ma nel Cenacolo della Pentecoste, dove per il dono dello Spirito tutti diventiamo capaci di capire e parlare le lingue e le culture del mondo all’unisono nel segno della fratellanza e del pluralismo. Il dialogo “fondato sulla verità”, che riconosce e apprezza la comune umanità e la dignità di ogni persona, valorizza la ricchezza dei contributi che giungono da origini diverse e porta alla pacifica coesistenza, ci ha ricordato papa Leone XIV».
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