Dall'oratorio a “kaiser Franz”: cosa ha significato per noi Franco Baresi
Il campione morto a 66 anni per una grave malattia. Pochi mesi fa portò la fiaccola olimpica all'apertura dei Giochi di Milano. Il club rossonero: il suo esempio parte integrante del nostro Dna

«La vera grandezza non sta in come misuriamo il tempo – un orologio da dieci euro segna la stessa ora di uno da diecimila – bensì negli spazi che creiamo… Mi conforta sapere di aver lasciato il segno dove il tempo non potrà mai arrivare».
Alza il braccio Franco, e tutto il Milan ti seguirà. Lo voglio ricordare così Franco Baresi, la bandiera del Milan, l’uomo di calcio, ormai rarità, da “una squadra una vita”. È volato via il Capitano, un cancro se l’è portato via a 66 anni. Ha lottato, come sempre, contro il male, come solo lui sapeva fare. Braccio in alto e cuore impavido oltre l’ostacolo a trascinare la squadra, sempre da uomo libero, di ruolo e di fatto. La sua seconda autobiografia (la prima è Ancora in gioco. Il viaggio interiore del capitano, Sperling & Kupfer) non a caso l’aveva intitolata Libero di giocare (Sperling & Kupfer). Ci vorrebbe un poeta per spiegare a queste generazioni distratte e perennemente con la testa rivolta verso il basso dello schermo del telefonino (i look down) cosa è stato, per noi, Franco Baresi.
Un ragazzo come loro, nato nel 1960, come Diego Armando Maradona, che ha sempre giocato e vissuto a testa alta. Un soffio di poesia, uno di quegli eroi dell’epica che infatti ha incantato persino lo schivo poeta milanese e milanista Milo De Angelis che l’ha omaggiato così: «Quando ero bambino ascoltavo una canzone – Io sono il vento – che mi ricorda Franco Baresi… Baresi è un giocatore epico che per vent’anni, fino all’ultima partita del 1997, ha creato sul campo una potenza corale, una potenza dove tutti venivano coinvolti, una sorta di antica falange rossonera capace di superare ogni ostacolo e di giungere alla porta avversaria come un vento irresistibile e meraviglioso». Un leader silenzioso quanto il suo faro azzurro, Gaetano Scirea. È stato il ministro della difesa del Milan per tutta la sua vita calcistica diventando l’idolo dei tifosi. Per i ras della Fossa rossonera era l’autorevole “Kaiser Franz”. Per i critici del football, il “Beckenbauer italiano”.
In Germania il suo primo estimatore è il regista Werner Herzog che un giorno a sorpresa disse: «Baresi vedeva il gioco meglio degli altri, di ogni epoca e di ogni Paese». Un complimento che fece quasi arrossire il timido Franco che quando l’ho incontrato l’ultima volta, due anni fa, mi confessò: «Quelle parole mi hanno stupito e al tempo stesso ho provato un grande orgoglio per come Herzog avesse compreso il mio modo di giocare e soprattutto il mio modo di essere. È stato un piacere conoscerlo e al nostro incontro sono arrivato documentato sulla sua filmografia. Poi quando sono stato in Amazzonia sono andato a visitare Manaus per vedere il teatro e i luoghi dove aveva girato il suo capolavoro, Fitzcarraldo. Pensare in grande “issare la nave sulla montagna” come insegna Herzog, è sempre stata anche la mia filosofia, quella che mi ha portato ad affrontare sempre nuove sfide».
Una sfida cominciata sin quando portava le braghe corte e insieme al fratello maggiore, lo storico terzino dell’Inter Beppe Baresi, iniziarono a tirare i primi calci ad un pallone all’oratorio di Travagliato. «Quelle partitelle all’oratorio del mio paese sono state una scuola di vita. Lì in quel campetto vicino alla chiesa ho cominciato a sentirmi libero, e non parlo del ruolo, ma della possibilità di esprimere quel talento che dall’età di 14 anni andando a Linate e poi a Milanello ho messo al servizio del Milan dove ho avuto la fortuna di incontrare persone, uomini veri, dai dirigenti agli allenatori, che mi hanno aiutato a crescere e a diventare ciò che sono oggi. Quella mia e di Beppe, è una storia quasi unica e infatti nel libro scrivo che ancora oggi talvolta mi soffermo a ripensare come siamo riusciti a trasformare le avversità in insegnamenti. Abbiamo perso i genitori presto ma non abbiamo mai smesso di credere nel nostro sogno. Dopo quelle partite all’oratorio ci siamo ritrovati a giocare insieme qualche partita nell’Under 21. Ricordo la prima da azzurrini a Tunisi, nel ’78, c’era una pioggia e un vento che quelli del posto dissero non si vedeva da vent’anni. È stato bello – sorride - quando hai un fratello in squadra ti senti più tranquillo. Poi è stato fantastico anche da avversari: nei derby Milan-Inter chi vinceva sfotteva l’altro. Una battuta, una sghignazzata delle nostre e poi dritti negli spogliatoi, fratelli come e più di prima».
Assieme a Beppe, piangiamo un fratello d’Italia, una leggenda del calcio azzurro, che quel giorno di due anni fa mi disse con quel filo di voce fioca che lo caratterizzava: «In campo, come nella vita, ciò che conta è il rispetto e l’educazione. In ogni ambiente occorre avere la giusta attenzione per gli altri. Spesso se le cose non funzionano è perché siamo troppo distratti da vite superficiali e non diamo il giusto valore alle persone che lavorano o che vivono al nostro fianco. Quante volte abbiamo la voglia, il tempo e la capacità di dire a queste persone: come stai? Sei felice? Prendersi cura degli altri è un compito che ho cercato di assolvere fin da giocatore. Come capitano il mio primo dovere era ascoltare i compagni e se possibile essere la loro fonte di ispirazione».
Franco Baresi è stato fonte di ispirazione per tutti quelli che sono passati dal Milan, in cui con orgoglio diceva «dei 125 anni – ora sono 127 – di storia rossonera io ne ho trascorsi qui più di 50, prima da calciatore e poi da dirigente». Da capitano rossonero sono stati 15 gli anni di gloria in cui alzando quel braccio al cielo a richiamare la difesa ha conquistato 6 scudetti 3 Coppe dei Campioni e 2 Coppe intercontinentali. «Franco Baresi avrà sbagliato 3 partite in carriera e nel Milan ne ha giocate 700», sottolinea lo scriba amico e milanologo Massimo M. Veronese. Un gigante buono, un uomo libero e un libero di ruolo, unico e irripetibile. Ma anche dinanzi agli elogi preferiva difendersi con l’umiltà dei grandi: «Non credo di aver fatto niente di straordinario. Ho solo interpretato alla mia maniera, forse solo in un modo un po’ diverso e magari meglio di altri, il ruolo di libero. Ruolo che una volta spettava ai più anziani della squadra, quelli ormai a fine carriera. Invece io ho giocato d’anticipo anche in questo, ho cominciato a fare il libero a 18 anni e non ho più smesso fino al giorno del mio addio al calcio giocato, a 37 anni».
C’è un video su Youtube, andatelo a vedere genitori e figli di piccoli calciatori, in cui un giovanissimo Franco Baresi appena entrato a Milanello racconta dei “sacrifici” di chi vive e si allena in una grande squadra come il Milan. «I sacrifici li ho fatti ma era necessario e sono serviti e questo è il messaggio che lancio sempre ai giovani che cominciano adesso. Allenarsi per chi sogna di diventare un calciatore professionista è come fare bene i compiti a casa e crescendo di categoria vuol dire studiare sodo per poi presentarsi preparato agli esami di maturità. Se sei preparato e la fortuna ti assiste può accadere come a me di debuttare in Serie A 17 anni e poi ritrovarsi capitano del Milan a 22 e campione del mondo con la Nazionale dell’82… Senza sacrifici, tutto questo non sarebbe stato possibile».
«Vai e gioca come sai», gli disse Nils Liedholm quel 23 aprile 1978, quando fece il suo debutto con il Milan a Verona. Il “Barone” svedese qualche anno dopo disse più o meno la stessa frase a Paolo Maldini, l’altra bandiera prese l’eredità del grande Franco. Il più grande libero italiano che abbia visto la mia generazione, al pari con Gaetano Scirea, quell’angelo della difesa azzurra volato via troppo presto (morì in un incidente d’auto in Polonia, a 39 anni) che Baresi non ha mai smesso di ricordare. «Ho avuto la fortuna di osservare da vicino Scirea quando ero un debuttante in Nazionale e ho imparato tanto. Mi sentivo affine anche caratterialmente a Gaetano, poche parole e tanta sostanza. Bearzot dopo la vittoria dell’Italia al Mundial dell’82 pur di farmi giocare con Scirea mi schierava centrocampista, ma lì in mezzo al campo non mi sentivo a mio agio…». Quando è diventato il leader maximo della difesa, Franco Baresi era il migliore difensore del mondo e a quel Mondiale americano del ’94 c’arrivo come un guerriero ferito ma che non poteva arrendersi e fece di tutto per esserci.
«Penso che quella resti una storia davvero unica e irripetibile. Vengo operato a Mondiale in corso e torno in campo alla terza partita. Quei 25 giorni americani furono giorni di grande sofferenza, ma è in quel momento che sono venuti fuori tutti i miei valori umani e le conoscenze professionali apprese in una carriera lunga e piena di successi. E questo mi ha dato la forza di isolarmi per superare tutte le difficoltà fisiche e mentali per tornare in tempo con l’obiettivo di far vincere la Nazionale. Poi abbiamo perso ai rigori, io l’ho pure sbagliato, ma arrivare a disputare quella finale è stata la conferma del valore fondamentale dello spirito di sacrificio che vale sempre, nello sport come nella vita».
Quando mi disse queste parole, Franco aveva gli occhi lucidi come quel pianto condiviso con Roberto Baggio alla fine della finale di Pasadena, persa alla roulette dei rigori contro un Brasile che era stato solo più fortunato e non certo più forte dell’Italia e tanto meno del Kaiser Franz. «È stato doloroso, ma abbiamo pianto tutti quel giorno. Noi per aver perso, forse meritatamente, e i brasiliani erano in lacrime e ringraziavano la stella di Ayrton Senna che da Lassù li aveva aiutati. Roberto Baggio con Gianni Rivera è stato il più forte numero 10 italiano con cui ho giocato. Roby è stato un altro esempio straordinario di “sacrificio”, ha sempre giocato a livelli altissimi pur con tutti i dolori e le tante operazioni subite alle ginocchia». Questo è stato l’ultimo scambio ravvicinato con Franco Baresi. M più di tutte le imprese compiute in campo e poi da dirigente del Milan, voglio ricordare il più grande insegnamento che ci ha lasciato quando nel suo libro ha scritto: «La vera grandezza non sta in come misuriamo il tempo – un orologio da dieci euro segna la stessa ora di uno da diecimila – bensì negli spazi che creiamo… Mi conforta sapere di aver lasciato il segno dove il tempo non potrà mai arrivare». Alza il braccio Capitano, e fatti seguire e riconoscere da tutti, anche Lassù.
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